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Veneto, Zaia cerca intesa col governo sull’obbligo della bandiera regionale sugli edifici pubblici. Ma è incostituzionale

La Consulta ha bocciato la legge regionale che imponeva il vessillo di San Marco sancendo che invade "la competenza legislativa esclusiva statale” e viola “il principio di unità e indivisibilità della Repubblica”. Il governatore punta a inserirlo nell'accordo sull’Autonomia e ricorda: "A impugnare il nostro provvedimento fu il passato governo e non credo che, con quello attuale, si sarebbe arrivati a tanto"

La Costituzione? Si può aggirare semplicemente con un accordo tra Regione e governo. Non importa se la Corte Costituzionale ha appena bocciato la legge regionale che impone l’obbligo di esporre sugli edifici pubblici la bandiera del Veneto. L’ostacolo può essere dribblato. Basta inserirlo nella partita per la concessione dell’autonomia al Veneto e quindi ottenere il risultato superando per via politica il rigoroso impedimento posto dai giudici costituzionali.

Luca Zaia, governatore del Veneto giunto ormai alla terza legislatura, dev’essere rimasto piuttosto scosso dall’ennesimo stop alle leggi regionali venuto da Roma (in precedenza negato il riconoscimento di status di minoranza etnica del Veneto e la corsia privilegiata ai veneti per l‘accesso agli asili). Perché ha dichiarato: “Dover commentare una vicenda simile è imbarazzante. Ripresenteremo senz’altro questa legge e chiederemo che l’obbligo di esporre la bandiera del Veneto in tutti gli uffici pubblici nazionali sul territorio venga introdotto nell’Intesa con l’attuale Governo sull’Autonomia…”. Irriducibile, ma anche istituzionalmente sgrammaticato. Evidentemente Zaia ha guardato più che alla sostanza della bocciatura, all’”interesse della collettività regionale che la propria bandiera sia affiancata quella dello Stato”.

Il risultato è un pasticcio. Per la Corte Costituzionale, anche cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambierebbe. Se una norma regionale è incostituzionale, dovrebbe esserlo anche un’intesa con un governo amico, di cui fanno parte il ministro agli affari regionali e alle autonomie – la parlamentare vicentina Erika Stefani – e il ministro dell’Interno – il segretario leghista Matteo Salvini.

Zaia insiste nel leggere un condizionamento politico anche in una questione di sistema. “A impugnare il nostro provvedimento fu il passato Governo (Gentiloni, ndr) e non credo che, con quello attuale, si sarebbe arrivati a tanto. Ce la si è presa con una bandiera che ha più di 1.100 anni di storia e rappresenta un’intera identità, dicendo, di fatto, che vale meno di altre. Non lo si può accettare”. E ha concluso: “Esponendo la bandiera del Veneto si realizza una sintesi della ‘pluralità in unità’ non dissimile da quella che giustifica l’accostamento – voluto dal legislatore statale – della bandiera nazionale alla bandiera dell’Unione europea nelle sedi dei massimi organi dello Stato”.

Gli ermellini, evidentemente, non la pensano allo stesso modo. Hanno dichiarato incostituzionali i commi che prevedono “l’obbligo di esporre la bandiera regionale all’esterno di edifici adibiti a sede di organi e uffici statali e di enti e organismi pubblici nazionali, nonché su imbarcazioni di proprietà di questi ultimi”. E’ come se la Regione ordinasse allo Stato cosa deve fare. Già perché la bandiera andrebbe issata innanzitutto “all’esterno degli edifici sedi della Prefettura e degli uffici periferici delle amministrazioni dello Stato, della Regione, dei comuni, delle province…”. Ma anche “all’esterno degli enti pubblici che ricevono in via ordinaria finanziamenti o contributi a carico del bilancio regionale”. E comunque “ogni qualvolta sia esposta la bandiera della Repubblica o dell’Unione Europea”.

Secondo i giudici la Regione invaderebbe in questo modo “la competenza legislativa esclusiva statale” e violerebbe anche “il principio di unità e indivisibilità della Repubblica”. E pensare che Zaia e il consiglio regionale erano stati messi in guardia dall’ufficio legislativo regionale, un anno fa, per gli evidenti profili di incostituzionalità. Infatti, come hanno sostenuto i legali di Palazzo Chigi, “è lo Stato a stabilire quando le bandiere nazionale ed europea debbano essere esposte congiuntamente alla bandiera regionale o locale, e non già l’inverso”. Conclusione ribadita dalla Consulta: “Non spetta alla Regione il potere di disciplinare l’ordine delle precedenze tra le cariche pubbliche, coinvolgendo in tale ordine anche organi statali”. Ovvio che la Regione può scegliere la propria bandiera, ma non è sostenibile “la pretesa della Regione di imporre l’uso di tali segni ad organi ed enti che, se pure operanti nel territorio regionale, sono espressivi di una collettività distinta e più vasta (quella dell’intiera nazione)”.

Secondo i giudici, la carta costituzionale “esclude che lo Stato-soggetto possa essere costretto dal legislatore regionale a fare uso pubblico di simboli quali, nella specie, le bandiere regionali che la Costituzione non consente di considerare come riferibili all’intera collettività nazionale”.