Società

Ponte Morandi, ‘Ma quando fabbricavano come fui così assente!’

Quante lacrime in questi giorni sulla mia Genova. Su questa meravigliosa Genova.

In questo momento di dolore mi tornano alla mente i versi di Costantino Kavafis:

“Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.
E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura
sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui così assente!”

Ma quando fabbricavano come fui così assente!

Tutti noi, popolo italiano, dove eravamo quando ci escludevano da ogni scelta? Quando si decideva tutto alle nostre spalle? Perché abbiamo taciuto allora?

E’ chiaro: avevamo qualcosa da perdere. Avevamo delle briciole da perdere. E la voce si leva solo quando non hai nulla da perdere. Solo allora si tenta di cambiare tutto.

Ma la società che detta le regole per tutti, oggi, ha capito e ha saputo regalare a ognuno di noi un piccolo, piccolissimo, tornaconto capace di lasciare i potenti liberi di portare avanti i propri giochi sulle nostre vite. Lo scontrino non fatto, le Assicurazioni non pagate, le ricevute fiscali mancate, le tasse sui rifiuti non pagate, le seconde case intestate alla moglie, la cameriera in nero, il dipendente in nero, il nero che raccoglie i pomodori in nero… E ancora gli interessi della bassa manovalanza nella mafia, nella camorra nella ‘ndrangheta… E poi il silenzio di fronte alle ingiustizie. Siamo stati capaci perfino di coniare il detto: “Chi fa la spia non è figlio di Maria”.

Queste e altre piccole briciole hanno lasciato libertà totale di movimento ai Grandi. Ma i Grandi poteri di oggi hanno saputo fare meglio di quelli di ieri perché ci hanno resi schiavi consenzienti, schiavi che ridono, schiavi saziati con hot dog e patatine fritte, “schiavi che vogliono restare schiavi.”

“Ma quando fabbricavano come fui così assente!”

Dobbiamo essere consapevoli che se la Storia ci piove addosso è solo perché noi lo abbiamo permesso con il nostro disinteresse verso la politica. Con il nostro allontanarci dalla vita pubblica.

Affinché questo disinteresse verso tutto ciò che ci accade intorno fosse possibile bisognava allontanarci dall’istruzione e dalla cultura. E così è stato fatto. Ci siamo lasciati allontanare docilmente da ciò che avrebbe permesso a tutti noi di partecipare attivamente alla costruzione di una società che è anche la nostra. E non è un discorso di politica di destra o di sinistra, di centro o di periferia. Il livello culturale del nostro Paese è sceso e ora ne paghiamo le conseguenze.

Cultura è vivere civile.

“Con la cultura non si mangia!”. Ci è stato detto e noi siamo caduti nel tranello. La cultura, invece, entra pienamente nella nostra quotidianità: è il nostro modo di conoscere, riflettere e saper scegliere cosa è giusto e cosa è sbagliato per la nostra sopravvivenza in questo breve tratto di strada che stiamo percorrendo.

La cultura permette di vedere con chi ci stiamo accompagnando.
La cultura permette di capire che cos’è la giustizia.
La cultura permette di riconoscere gli stupidi che senza un briciolo di umanità portano avanti i propri interessi.
La cultura permette di comprendere che l’interesse del singolo passa solo attraverso l’interesse della collettività.

“Ma quando fabbricavano come fui così assente!”

Dov’ero io mentre a livello politico si decidevano le nostre quotidianità e quelle dei nostri fratelli?

Se in questo Paese qualcosa migliorerà, sostituendo a degrado e servitù volontaria il concetto di civiltà, sarà solo e unicamente grazie a un pensiero capace di volare alto. Istruzione e cultura insieme creano civiltà. E la civiltà è l’unico modo che abbiamo per provare a ricostruire ponti.