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Giulio Regeni, l’omicidio è un affare di Stato. Può e deve pregiudicare i rapporti con l’Egitto

Mi piacerebbe iniziare a scrivere sempre un pensiero partendo da un assioma positivo, o quantomeno affermativo. Mi dà l’idea che tutto assuma una forma più gradevole se comincia con un’apertura. E invece no, oggi non ho altra parola se non “No” per iniziare a ragionare su quello che sta accadendo.

No, l’omicidio di Giulio Regeni (a volte mi sembra riduttivo chiamarlo omicidio, mi sembra che sia paragonabile ad un delitto passionale o vendicativo o addirittura colposo ) non era e non è un affare della famiglia. No, i rapporti con l’Egitto non sono più importanti di quello che è successo.

No, non c’è una grande collaborazione con Al Sisi per raggiungere la verità. No, Matteo Salvini, no, no, no. No perché l’omicidio di Giulio Regeni è un attacco ad un Paese. Perché se un cittadino italiano viene rapito, torturato, ammazzato e lanciato da una macchina in uno Stato estero, l’Italia ha il dovere – morale prima e giuridico poi – di assicurare i colpevoli alla giustizia.

Perché se il paese estero è connivente con la mistificazione e con l’insabbiamento degli elementi probatori, sta commettendo un grave torto nei confronti dell’Italia, non (solo) della famiglia.

Perché se di patria riempiamo le pagine dei social, dei giornali e le pance (vuote) degli elettori, di patria dobbiamo riempirne anche la coscienza e la faccia.

Quindi no, l’omicidio di Giulio Regeni è un affare di Stato, che può e deve pregiudicare i rapporti – anche economici – con l’Egitto. Per il semplice fatto – talmente semplice da sembrarmi addirittura pleonastico – che la forza economica di un paese passa inevitabilmente anche dalla sua intransigenza nei rapporti internazionali, soprattutto laddove siano con paesi che hanno avuto atteggiamenti lesivi di diritti costituzionalmente garantiti.

I rapporti con l’Egitto devono risentire dell’omicidio Regeni o meglio, la verità su quello che è successo dovrebbe rappresentare condicio sine qua non per la loro prosecuzione. Non ne faccio una considerazione etica (non solo) ma economica e politica.

E ancora no, non c’è un atteggiamento di cooperazione da parte dell’Egitto, lo stesso Egitto che pochi giorni fa ha mandato le registrazioni delle videocamere della metropolitana “monche” dei momenti in cui Giulio Regeni – vivo e illeso – vi transitava. Non c’è cooperazione da parte dell’Egitto che per sviare le indagini montò una scapestrata e poco verosimile scena del crimine, ormai due anni e mezzo fa; non c’è cooperazione da parte dell’Egitto che continua ad ospitare nelle sue carceri lager attivisti e innocenti.

Non c’è cooperazione perché in quelle carceri c’è Amal Fahty, la moglie consulente legale al Cairo della famiglia Regeni e non si sa bene perché e soprattutto in quali – disumane – condizioni.

Ministro Salvini, non c’è collaborazione, anche se ci sono note ufficiali che ne parlano e un ambasciatore che è lì di nuovo.

Collaborare con qualcuno che quotidianamente viola diritti umani, massacra la gente in piazza e tortura i ricercatori richiede un impegno notevole: non deve essere l’interlocutore migliore per affrontare temi come la gestione dei flussi migratori e la lotta al terrorismo (sarebbe grottesco se non fosse drammatico immaginare il dialogo tra i due) facendo finta che Giulio non sia mai esistito.

Rilasciare dichiarazioni ufficiali, sorridere dei progressi fatti e vantarsene ne richiede uno ancora più grande: quello della responsabilità. In quel momento ad avere quell’atteggiamento e a sostenere quella posizione non c’è un uomo, c’è un Paese.

Giulio era l’Italia.

Matteo Salvini è l’Italia.

No, Ministro, noi non siamo questo. Noi siamo – e saremo sempre – Giulio.