Media & Regime

In arrivo il tecno-nazismo

Passa il tempo e velocemente ci si accorge che il Russiagate non era un delirio della Information technology e dell’Artificial intelligence, unificati nei loro intenti dall’intero apparato di intelligence elettronica anglo americano che domina la Rete. Niente affatto. Era la prefazione di un gigantesco progetto che in molti tra gli operatori sul Web definiscono come “tecno-nazismo”, dopo essersi attardati troppo tempo a citare George Orwell (e qualcuno perfino il Mondo nuovo di Aldous Huxley).

Dopo avere fatto passare nelle menti (grazie alla loro posizione monopolistica nel Web) l’idea che la Russia sia il centro di una cospirazione planetaria – si noti che costoro sono gli inventori del termine complottismo” – volta a demolire le democrazie occidentali, eccoli passare alla fase esecutiva del piano. Attori principali sulla scena: Google, YouTube, Facebook, Twitter e compagnia cantando. YouTube, per esempio, stanzia 25 milioni di dollari di aiuti “alle organizzazioni di informazione che vogliono ampliare la propria offerta video”. Posso accedere anch’io? Non sembra. Infatti l’obiettivo è “identificare fonti di notizie autorevoli e fare sì che arrivino al pubblico più vasto possibile” (Wired.it). Che cosa voglia dire “autorevoli” lo sanno loro e non fate domande. Anche perché scoprireste che tra le voci “autorevoli” citate da YouTube ci sono la Cnn e Fox News.

In realtà il piano è molto più vasto. Solo Google News Initiative lo sponsorizza con ben 300 milioni di dollari. Come si farà? Basta qualche esempio. Si metterà un pannello informativo sopra i video che, con qualche passaggio pedagogico ti condurrà a un link all’articolo che Google News riterrà più “autorevole”. Oppure verrà introdotta automaticamente una funzione che, senza tante chiacchiere inutili, mostrerà solo quei video che YouTube considera degni di nota e “autorevoli”. Ciò servirà a disconnettere la “spirale negativa delle fruizione per suggerimenti”, che è quella che, fino a ieri, usava YouTube stessa mandandoti i link ai filmati che riteneva (infallibilmente) ti piacessero di più.

Facebook, dal canto suo (parola di Mark Zuckerberg) ha già in atto un programma di distrazione per i suoi 2 miliardi di utilizzatori, consistente nel ridurre le news e nell’incentivare, mediante sapienti algoritmi, la quantità di chat inoffensive. Chi farà tutto ciò? La “macchina”, cioè i loro algoritmi imperscrutabili, visto che – con circa 450 ore di video in streaming ogni minuto su YouTube – “la carne umana non è davvero una soluzione praticabile” . Parola di Neal Mohan, chief product officer della piattaforma di video sharing americana. Ed è infatti proprio così. Ma allora viene subito da dire: che peso possono avere di fronte a una tale gigantesca valanga di contenuti poche migliaia di articoli e di video prodotti da qualcuno che “sta in Russia” e non si sa nemmeno chi sia? Non dice niente lo scandalo di Cambridge analytics, dove la Russia c’entra come i cavoli a merenda?

Insomma Brexit, elezioni in Italia e dappertutto ormai in Europa, sono prodotti di chi? Ma chi è che controlla la Rete? La Russia? Viene da ridere solo a sentire questa fandonia. Non viene in mente a costoro che, invece, c’è qualcosa che non funziona nelle loro macchine del consenso? A quanto pare l’idea non li sfiora nemmeno. Ed ecco la loro soluzione (appunto “tecno-nazista”): passare al controllo massiccio del Web. Chi lo può, anzi lo deve, fare? La risposta viene da sir Julian King, ex (si spera) commissario alla Sicurezza dell’Ue: “Le piattaforme Internet devono giocare un ruolo vitale nel contrastare l’abuso delle loro strutture da parte di attori ostili”.

E così entra in scena l’Unione europea, creando un gruppo di 39 “esperti” che hanno già prodotto in tutta fretta un ampio studio denominato Approccio multidimensionale alla disinformazione. Il progetto, per fortuna per ora bocciato dal Parlamento europeo e presentato come “difesa del copyright”, è uno degli approcci annunciati.

Ma le misure in preparazione, che non è esagerato definire in gran parte poliziesche, sono severissime. È un clima di guerra quello che si annuncia, non una battaglia culturale o educativa (che in realtà è necessaria, ma dovrebbe essere condotta contro il mainstream mentitore). Le premesse sono nelle stesse parole dello stesso Sir Julian King: “La trasformazione in armi delle fake news online e della disinformazione pone una seria minaccia alla sicurezza delle nostre società”. Una guerra dove la Russia è, per adesso, solo il “nemico dello schermo”. Il vero nemico sono le centinaia di milioni di utilizzatori dei social networks.