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Australia, chi non vaccina i figli paga più tasse. Sulla salute pubblica non si bara

Come spesso accade quaggiù in Australia, le decisioni sono prese rapidamente e senza troppe discussioni, dando priorità al costo-beneficio e optando per ciò che viene ritenuto più importante per la maggioranza, piuttosto che per il singolo individuo. Per mantenere i benefici dell’assistenza fiscale di cui godono le famiglie in Australia, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità e vaccinare i propri figli. Viene considerata una forma di rispetto verso la comunità in cui viviamo, che deve prevalere di fronte alle singole credenze e “leggende popolari” (spesso non supportate da alcun fondamento scientifico).

Il sito del governo dello Stato del Victoria (dove io risiedo) recita “il governo ha la responsabilità di prendere decisioni trovando un equilibrio tra l’ottimizzazione della salute pubblica e le scelte individuali. Prevenire i problemi prima che accadano è vitale per una buona salute di tutta la società”. Per iscrivere i propri figli all’asilo (child care e kindergarten, dagli 0 ai 5 anni), qui è obbligatorio presentare il certificato di vaccinazione emesso dal registro nazionale di vaccinazioni, l’Australian immunisation register (Air). Le vaccinazioni vengono registrate dal sistema centralizzato che le college alla tessera sanitaria Medicare: pertanto è possibile verificare in ogni momento se il minore è vaccinato. Quando mi sono trasferito qui con i miei figli (all’epoca avevano 5 e 9 anni) siamo dovuti andare dal Gp (il nostro medico della mutua) il quale ha certificato le vaccinazioni effettuate in Italia ed ha trasmesso l’informazione all’Air.

Adesso, a partire dal 1 luglio 2018 (nuovo anno fiscale, in Australia) i genitori che si rifiuteranno di vaccinare i loro figli (fino al compimento del 19esimo anno di età) vedranno ridotti i loro benefici fiscali previsti dal sistema di assistenza familiare nazionale (Centrelink). Il programma si chiama “No jab, No pay”, cioè “Niente vaccinazione, niente paga” e ha lo scopo di aumentare il numero di bambini e ragazzi vaccinati fino al 19esimo anno di età, estendendo il target ai minori che frequentano le scuole primarie e secondarie.

La strategia punta sul portafoglio: infatti la norma influisce sulla Family tax benefit Part A, che consiste in alcuni sgravi previsti per chi ha figli a carico e che ammonta attualmente a 28.28 dollari ogni due settimane per ogni figlio. Le famiglie smetteranno di ricevere tale contributo se si rifiutano di far vaccinare i loro ragazzi (la regola ovviamente non si applica ai minori con certificati problemi di salute, per i quali le vaccinazioni non sono raccomandate dal medico di base). La scelta di ridurre bimensilmente il benefit (anziché l’intera somma a fine anno) è ben studiata e rappresenta un incentivo costante per le famiglie a vaccinare i propri figli e mettersi in regola.

È interessante sottolineare come in un Paese dove la dichiarazione dei redditi è estremamente semplificata e basata su un sistema di autocertificazione (poi accertata dall’agenzia governativa per le tasse al termine dell’anno fiscale), non sia ammessa l’autocertificazione nel caso di vaccinazioni, come invece è concesso in Italia. Sembra quasi si voglia sottolineare il fatto che sulla salute pubblica non si può barare, perché il prezzo da pagare per la comunità è troppo alto. Per punire chi imbroglia non basta infatti una sanziona amministrativa (anche se molto salata), come invece è previsto per chi non autodichiara correttamente il suo salario. Sistema fiscale e molto rigido, forse: ma che da cittadino e padre mi piace tremendamente.