Cervelli in fuga

Astrofisico a Miami: “Qui la meritocrazia è una cosa seria. In Italia ostentare ignoranza fa quasi figo”

Nico Cappelluti, 39enne di Bellaria, viveva ogni anno con l'ansia del rinnovo di un assegno di ricerca col quale mantenere la famiglia. Poi nel 2015 è arrivato allo Yale Center of Astronomy, in una delle università più prestigiose al mondo. "In Italia bisogna creare un modo per favorire i finanziamenti privati alla ricerca di base e togliere l'Irpef dagli stipendi dei ricercatori"

“La mia università mi paga in un anno quello che in Italia non prenderei in quattro”. L’università di Nico Cappelluti, 39enne di Bellaria, è quella di Miami. Da lì oggi guida la sua equipe di ricercatori, dopo avere ricevuto una mail nel 2015 che gli ha cambiato la vita. Veniva da quasi cinque anni parcheggiato in ufficio, costretto a vivere ogni anno con l’ansia del rinnovo di un assegno di ricerca col quale mantenere la famiglia. Fino a quando arriva un messaggio della professoressa Meg Urry, che lo vuole con sé allo Yale Center of Astronomy, in una delle università più prestigiose al mondo. “Lì a New Haven, oltre a fare ricerca, ho imparato come funziona il mondo delle grandi università americane, sviluppando ad esempio un concetto piuttosto sconosciuto in Italia: quello di mentoring”. Cioè la condivisione dell’esperienza per favorire la crescita professionale. E oggi la vita di Nico è finalmente cambiata: a Miami, dove vive con la moglie e un figlio, collabora con la Nasa e dai laboratori della sua Università guida una task force internazionale pronta, scrive l’Ansa, “a svelare i segreti della materia oscura di cui è composto il 95% della massa dell’universo”.

Nel 2010 aveva deciso di tornare a casa. Ma lo stipendio basso e il precariato diffuso lo spingono a ripartire

L’arrivo negli Stati Uniti è stato il secondo approdo all’estero, perché nel 2004 Nico aveva già fatto le valigie per trasferirsi grazie ad una borsa di studio al Max Planck di Monaco, per studiare la fisica extraterrestre. Un impatto agrodolce, tra luci e ombre, quello con la società (e con la cultura) tedesca. Tanto che nel 2010, sfruttando anche le detrazioni fiscali della legge quadro 238, aveva deciso di fare ritorno a casa. “Una buona legge, ma come sempre in Italia si mette una pezza per coprire una grande falla a monte”. Un problema che si chiama stipendi troppo bassi e precariato diffuso. Ma non solo. “Dirò una cosa forse impopolare, ma in Italia è anche colpa di chi pensa che un dottorato equivalga a un posto fisso nella pubblica ricerca. Negli altri Paesi ai dottorandi viene spiegato chiaramente: le chance di restare nel mondo accademico sono basse. Poi però, specie in America, hanno c’è industria high tech che offre stipendi decisamente competitivi”, sorride scorrendo con un dito il sito dell’American Physical Society, che ogni hanno pubblica la media degli stipendi d’ingresso. “Avete capito perché qua chi lascia l’accademia non è proprio così disperato?”.

Spero che anche in Italia si cominci ad investire in istituti di eccellenza

Certo, guardando fuori dalla finestra della sua nuova casa non è tutto oro quello che luccica. “Il 15% degli americani vive in povertà. Qua hanno ancora un sistema classista dell’educazione che continua ad avere ripercussioni a livello razziale e di genere. La sanità fa schifo, anche per chi come me se la può permettere. Insomma, la versione purista del capitalismo ha creato un mostro di diseguaglianze sociali e l’arrivo di Trump non ha aiutato”. Poi però c’è l’altra faccia della medaglia di un Paese in cui la meritocrazia resta una cosa seria e le capacità dei singoli vengono ancora premiate, spietatamente, in modo obiettivo. “Spero che anche in Italia si cominci ad investire in istituti di eccellenza, finanziando gruppi di ricerca con la peer review. Bisogna creare un modo per favorire i finanziamenti privati alla ricerca di base, togliere l’Irpef dagli stipendi dei ricercatori. È inutile girarci intorno: da noi ci sono stipendi troppo bassi e una scarsa valorizzazione delle competenze. Per non parlare poi dell’ostentazione dell’ignoranza, che oggi fa quasi figo. Ma qui servirebbe un sociologo, io sono solo un astrofisico“, sorride.

Cosa manca dell’Italia? “Gli amici e la famiglia, ma anche la cultura e la leggerezza con cui sappiamo affrontare la vita. Negli States il puritanesimo di una parte della società è difficile da tollerare per uno come me”. Tornare? “Forse un giorno. Mi piacerebbe nascesse anche da noi un istituto di ricerca di base, senza il macigno del pubblico. Ma servirebbe dei filantropi, come l’industriale che ha appena donato 100 milioni di dollari alla nostra università“.