Società

Depressione, ci rifugiamo negli psicofarmaci per paura di chiedere aiuto

di Anna Maria Giannini *

Undici milioni di italiani assumono psicofarmaci per il trattamento di patologie depressive. Si tratta di un dato che si colloca al di sopra della media europea (ben quattro volte superiore) secondo l’Agenzia per il Farmaco  e l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa. Una lettura globale evidenzia una percentuale piuttosto elevata (il 20%) di italiani che soffrirebbero di patologie depressive che vengono trattate farmacologicamente.

La prima considerazione metodologica che è opportuno fare riguarda la tipologia di diagnosi, a quali tipi di patologie viene fatto riferimento, come viene effettuata la diagnosi stessa e quali indicazioni vengono prese in considerazione per la prescrizione dei farmaci in questione. E’ importante comprendere, infatti, se le prescrizioni vengono effettuate a seguito di diagnosi specialistica oppure su prescrizione del medico di base, dunque quali tipologie di  approfondimenti vengono effettuati per decidere il trattamento.

In un quadro complessivo è possibile riflettere su alcuni aspetti che caratterizzano ai nostri giorni i modi di affrontare il disagio, le perdite, le angosce, le difficoltà e il complesso delle emozioni negative che caratterizzano questi stati: la tristezza, la disperazione, la paura, il senso di colpa.

Generalizzando, si assiste ad una progressiva difficoltà a convivere con il dolore, con la paura, con il senso di vuoto e solitudine e si preferisce fare ricorso al farmaco piuttosto che attraversare gli stati che attivano emozioni negative per poter avviare processi di elaborazione e costruire la capacità di resilienza, di reagire cioè in modo costruttivo e fare fronte in modo positivo agli eventi a potenzialità traumatica. Si tende a cercare soluzioni immediate e rifugiarsi nei farmaci non lasciando spazio alla possibilità di crescita data dall’affrontare dolore e angoscia.

Su un diverso e differente piano si collocano le situazioni di coloro che, affetti da una patologia depressiva diagnosticata, e dunque con un disagio psichico, hanno timore di chiedere un aiuto psicologico, convincendosi di potere risolvere le problematiche depressive ed estinguere i sintomi con il solo ausilio farmacologico. Rivolgersi ad uno psicologo ed affrontare un percorso terapeutico che richiede non solo di trovare il tempo per recarsi ad effettuare le sedute, bensì di trovare anche spazio e tempo interni per occuparsi delle problematiche che sostengono i sintomi ed il disagio. Così diviene più facile affidarsi ai medicinali che possono attenuare il dolore e consentono di saltare una serie di passaggi che porterebbero a riflettere e trovare nuovi significati, nuove narrazioni, il senso che il sintomo assume nella propria vita.

Va anche chiarito che le indicazioni a seguire terapie soltanto farmacologiche, soltanto psicologiche o miste vanno date dopo accurata diagnosi e analisi dei percorsi più idonei per la persona in trattamento: gli psicofarmaci possono essere assunti correttamente soltanto con prescrizione medica e con attenta valutazione delle indicazioni e non possono essere sostitutivi della psicoterapia se questa si rende necessaria.

Il dato che indica che nel 2030 la depressione sarà la malattia più presente dopo le patologie vascolari (OMS) ci consente osservazioni anche più ampie: la depressione si sviluppa anche a seguito di difficoltà di adattamento, perdita di speranza, solitudine reale o percepita, profondo senso di vuoto in una società che ci vede sempre più isolati, dove la famiglia e il sostegno delle famiglie allargate in molti casi vengono meno. Il senso di solitudine e la rabbia e l’aggressività non accettate fanno rivolgere verso sé stessi le tensioni aggressive stesse e queste portano alle tipiche modalità di chiusura e ritiro di qualsiasi investimento ed interesse fino ad un distacco totale.

La depressione può essere anche generata dal sovraccarico di stress, impossibilità o incapacità di gestire i cambiamenti e sentirsi sopraffatti: tali dinamiche sono molto presenti nella nostra società che confronta l’individuo con una immagine attesa di perfezione, di felicità, di adesione a modelli nei quali non trova luogo la riflessione, il potersi fermare, il potersi consentire di provare quel dolore che non è malattia, non è disadattamento bensì capacità di rimanere in contatto con quella sofferenza che rende l’individuo forte e disposto a provare emozioni profonde. Diverso è naturalmente il tema della malattia depressiva che richiede un trattamento professionale e accurato, dati anche i rischi che può comportare l’aggravamento di tale patologia.

* psicologa