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Calciopop, un dizionario sentimentale del pallone. Quello che piaceva a Luigi Necco

“C’è chi non si indigna e ha il coraggio di denunciare quella vergogna!” Prima di presiedere l’Autorità nazionale anticorruzione, in Football Clan (edizioni Bur) Raffaele Cantone ricordava la gambizzazione dell’inviato 90° Minuto da Avellino (poi Napoli d’Era maradoniana): tre colpi di pistola contro le gambe Luigi Necco fuori un ristorante di Mercogliano, svelato in diretta Rai l’inchino di Juary, brasiliano col vizio del ballo lato bandierina, ossequiante in udienza di tribunale il boss della Nuova Camorra Organizzata. Era il 1981, l’atto estremo nell’apice di un calcio popolare scomparso che, proprio oggi, col decesso del bonario Necco perde un pezzo generoso di quella miscellanea di volti e istantanee d’antropologia culturale, capace di catturare pure Nando Dalla Chiesa (cuore Toro), Francesco Guccini (tifava Pistoiese) e Pierpaolo Pasolini (maglia Bologna).

Un pezzo d’immaginario collettivo di un’Italia trapassata, la vecchia colonna sonora della domenica degli italiani riproposta, ora, in narrazione senza fronzoli: Calciopop, dizionario sentimentale del pallone (Il Palindromo edizioni) di Giovanni Tarantino è un’interessante chiave di lettura su società e costume dell’ultimo secolo calcistico, soprattutto degli irripetibili anni 80, legati cinematografia, fumettistica, araldica, mode e musica alle stravaganze di rettangolo verde, calcianti e movimentismo ultras giovanile: “Il calcio, come la vita, necessita di prospettive”, scrive l’autore richiamato Massimo Raffaeli (critico letterario). “In Italia il calcio è tutto e troppo, quindi non si lascia racchiudere in una forma, tanto meno in quella del romanzo”.

Concepite in meticolosa giustezza, più che della loro carica di pathos le pagine di Calciopop si distinguono nella disamina di tendenze e nei back stage dell’anima aggregativa, tribale e socio-culturale del football, chiarendo (se mai volessero colossi e multinazionali negli stadi contemporanei) genesi, evoluzione (mistica-laica) e declino di un mondo illusorio, attraversato da Andy Capp e Corto Maltese, Ecce Bombo e Febbre a 90°, dal Guerin Sportivo e il Subbuteo, quando gli sponsor “illegali” ingegnosamente camuffati su pantaloncini e maglie (Sanson nell’Udinese pre-Zico e Ponte nel Perugia di Pablito: chi li ricorda?) anticiparono la caduta degli Dèi, retrocessi Longobarda e Oronzo Canà. Sono passati gli anni e col tempo ho finito per assumere la mia identità – ripeteva un saggista di Montevideo, caro al nostro Darwin Pastorin – non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: ‘Una bella giocata, per l’amor di Dio’. E quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre“.

A metà tra un testamento (post-generazionale) e l’anamnesi sul gene italico della pubblica follia, più che di pancia Calciopop è uno di quei libri scritti seguendo un’idealistica linea orizzontale, scavate nel mucchio notizie oltre la superficie per un genere di lettura adatto a nostalgici (e proseliti) di Eduardo Galeano e zoologi incuriositi alla Desmond Morris, merce rara in un sistema mascherato, moribondo e geneticamente modificato, impantanato nelle sabbie mobili della globalizzazione politico/finanziario di un prodotto nell’anima geneticamente modificato. Un plauso, quindi, all’indomito Giovanni Tarantino: non sarà popolare come l’omonimo Quentin ma, in tema di pallonate e palloni (intesi come strumento di cultura popolare), il giornalista siciliano dimostra di non fare sconti e di saperla lunga. Proprio come piaceva al caro Luigi Necco.