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Usa, Cohn lascia amministrazione Trump: rottura dopo i dazi su acciaio e alluminio. L’ascesa dell’ultraprotezionista Navarro

Il top advisor economico, ex presidente di Goldman Sachs e tra gli autori della riforma finanziaria, aveva la lettera di dimissioni pronta da agosto e lascia a causa della possibile guerra commerciale che la Casa Bianca sta per aprire con i suoi partner nel mondo

Gary Cohn, il top advisor economico della Casa Bianca, lascia il suo posto. In una dichiarazione, Cohn non dà alcuna ragione per l’addio e si limita a spiegare che “è stato un onore servire il mio Paese e mettere in atto politiche economiche rivolte alla crescita, in particolare il passaggio della storica riforma delle tasse”. Subito dopo, parlando con il New York Times, Donald Trump ha affermato che “Gary ha fatto uno splendido lavoro… ed è un raro talento”. Poi, in un tweet, il presidente ha scritto che “molti vogliono questo posto – sceglieremo in modo saggio!”. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, sembra comunque che la vera ragione delle dimissioni di Cohn sia la guerra sul commercio estero ormai esplosa nell’amministrazione.

Gary Cohn, nominato alla guida del National Economic Council subito dopo l’entrata di Trump alla Casa Bianca, è sempre stato un personaggio piuttosto stravagante, rispetto al circolo di fedelissimi trumpisti. Ex presidente di Goldman Sachs, è un democratico che ha deciso di servire in un’amministrazione repubblicana. Convinto “globalista”, è finito per lavorare per un presidente che del nazionalismo economico ha fatto uno dei pilastri del suo messaggio, sin dai tempi della campagna elettorale. Si sa anche che Cohn aveva già pronta la lettera di dimissioni, lo scorso agosto, ai tempi dei disordini di Charlottsville e delle dichiarazioni di Trump in appoggio dei suprematisti bianchi. Allora, pubblicamente, Cohn disse che questa amministrazione poteva “fare di più” nella lotta al razzismo.

Trump, in realtà, ha sempre avuto un debole per Cohn, dipingendolo come “un grande banchiere” pronto a rinunciare a milioni di dollari di guadagni per unirsi alla sua amministrazione. Si sa invece, ne ha scritto per esempio Michael Wolff nel suo Fire and Fury, che Cohn si è spesso scontrato con altri membri importanti di questa amministrazione, per esempio Steve Bannon, fautori di politiche protezionistiche radicalmente lontane da quelle che lui, a capo dell’organo di programmazione economica del governo, propugnava. Sembra che alla fine Cohn sia rimasto al suo posto soltanto per una cosa: portare a termine la riforma finanziaria, quei tagli alle tasse che i gruppi che lui rappresentava all’interno dell’amministrazione chiedevano da tempo.

Dopo il passaggio della riforma, e con un’amministrazione ideologicamente sempre più lontana dalle sue idee e sempre più scossa dal Russiagate, Cohn decide di andarsene. E lo fa, anche se non lo dice espressamente, proprio sulla questione delle tariffe che Trump vuole imporre su acciaio e alluminio e sulla prossima, possibile guerra commerciale che questa amministrazione sta per aprire con i suoi partner nel mondo. Convinto sostenitore del libero scambio, Cohn si è trovato a scontrarsi con Peter Navarro, altro democratico prestato a un’amministrazione repubblicana e Director of Trade and Industrial Policy, in pratica il consigliere di Trump in tema di commercio e dazi.

Navarro, spesso critico con Cina e Germania e fautore di politiche che riducano drasticamente il deficit commerciale con l’estero, sta acquistando un ruolo sempre più determinante. Lui e i suoi uomini si sono spesso scontrati, in questi mesi, con l’establishment più tipico di Washington, da Cohn al segretario di stato Rex Tillerson ai leader repubblicani Paul Ryan e Mitch McConnell, contrari a imporre nuovi dazi. Alla fine, pare che Trump abbia deciso di ascoltare l’ala protezionistica della sua amministrazione, rispettando anche una delle promesse più spesso ripetute in campagna elettorale.

L’addio di Cohn è solo l’ultimo episodio di una lunga serie di defezioni, allontanamenti, dimissioni che hanno travagliato questa amministrazione. Da Steve Bannon a Reince Priebus a Sean Spicer, sono molti gli uomini chiave del governo di Trump che se ne sono andati (e altri due ministri, Jeff Sessions e Rex Tillerson, sono da tempo dati per partenti). Alcuni giorni fa ha rassegnato le sue dimissioni anche Hope Hicks, direttore della comunicazione (si dice per timori legati all’indagine sul Russiagate). A chi fa notare le difficoltà di questa amministrazione nel gestire i normali affari di governo – Cnn nei giorni scorsi ha parlato apertamente di “caos” – il presidente risponde che “non c’è alcun caos” e che “il morale è sempre alto”. “Sono in tanti a voler entrare nel mio governo. Posso scegliere chiunque. Per ogni ruolo alla Casa Bianca ci sono almeno dieci candidati – tutti vogliono farne parte”, ha affermato Trump.