Società

Non è più tempo di suore serve. Perché la Chiesa deve occuparsi della questione femminile

Il tempo corre anche per i pontificati. Era il settembre 2013 quando papa Francesco dava la sua intervista programmatica alla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica, in cui toccava tra l’altro la questione femminile nella Chiesa. Il ruolo della donna nella comunità ecclesiale, disse, deve essere reso “più visibile”. Poi, con uno stacco netto rispetto agli interventi dei pontefici precedenti, scandì che la loro presenza era necessaria “nei luoghi dove si prendono le decisioni importanti” e che le donne dovevano essere presenti anche “lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa”.

Parole impegnative che tre anni dopo avrebbero portato alla creazione della commissione di studio sul diaconato femminile, di cui si attende che il pontefice argentino pubblichi i risultati.
Un’inchiesta dell’inserto “Donne Chiesa Mondo”, diretto dalla storica Lucetta Scaraffia, che appare con l’Osservatore Romano,  pone tuttavia la questione della preoccupante lentezza con cui l’organizzazione patriarcale-maschilista della Chiesa reagisce al cambio radicale di concezione e di ruolo che la donna si è conquistata nel nostro mondo contemporaneo.

L’articolo di Marie-Lucile Kubacki racconta cose che tutti sanno e su cui quasi tutti tacciono nell’istituzione ecclesiastica: il lavoro servile delle suore al servizio dei maschi prelati, vescovi, cardinali. L’articolo è dirompente perché appare sull’Osservatore Romano e perché è scritto in maniera estremamente sobria.

Ma le parole di una suora anonima lasciano il segno: “Un ecclesiastico pensa di farsi servire il pasto dalla sua suora e poi di lasciarla mangiare sola in cucina… Suore che avevano servito per trent’anni in un’istituzione e quando erano malate, nessun prete di quelli che servivano, andava a trovarle… Una suora, che aveva insegnato per molti anni, da un giorno all’altro, a cinquant’anni, si è sentita dire che da quel momento in poi la sua missione era di aprire e chiudere la chiesa della parrocchia, senza altra spiegazione… Suore in possesso di una dottorato in teologia dall’oggi all’indomani mandate a cucinare o a lavare i piatti”.

“Io soffro – aveva detto Francesco già nei primi anni del pontificato ad un incontro con religiose – quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni ecclesiali che il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servidumbre, cioè servitù”. Ma a cinque anni dal suo avvento poco sembra essere cambiato e l’ingresso di donne (religiose o laiche) nelle istanze decisionali è ancora lontano dall’essere realizzato. Suor Carmen Sammut, presidente dell’Unione internazionale superiori generali (Uisg) che riunisce la dirigenza della centinaia di migliaia di suore nel mondo, dichiara: “In Vaticano non ci consultano mai”. Al Sinodo sulla famiglia furono ammesse a partecipare soltanto tre rappresentanti delle superiori generali. Eppure avevano chiesto di essere ammesse almeno in otto.

Nel frattempo in Vaticano non ci sono stati grandi cambiamenti. Il Papa ha nominato due professoresse sottosegretarie al Dicastero dei Laici e una suora come sottosegretaria alla Congregazione dei Religiosi (Vita consacrata). Però intanto l’unico membro donna del Consiglio di  amministrazione dello Ior, la statunitense Mary Ann Glendon, si è dimessa e così il panorama della Curia rimane nella sua quasi totalità tenacemente maschile.

Non si tratta di rivendicazioni “femministe”, non si tratta nemmeno di ignorare che i tempi della Chiesa sono tradizionalmente lenti e graduali. Il fatto è che la Chiesa rischia di perdere il contatto con un mondo femminile credente, che in assenza di effettiva partecipazione alla missione ecclesiale di attiva evangelizzazione, si sta rapidamente allontanando. Tutte le ricerche sociologiche più recenti – si vedano i professori Garelli e Castegnaro – dimostrano che in Italia femmine e maschi “abbandonano” ormai in numero eguale la parrocchia e la frequentazione dei sacramenti dopo l’adolescenza. Non c’è più, come in passato, una massiccia “riserva femminile”.

I numeri delle donne disposte a farsi suore stanno crollando. Nel 2000 le suore (religiose professe) erano 801.000. Otto anni dopo erano scese a 740.000. L’ultimo rilevamento del 2015 indica la cifra di 670.000. Un salasso di 130.000 presenze. E se è vero che in Africa e in Asia le vocazioni salgono perché farsi suora rappresenta anche un riscatto sociale, nel Primo Mondo la mancanza di motivazioni ha assunto dimensioni di massa. E non è certo la prospettiva di lavoro servile o di gestione di sedi come pensioni per turisti (fatto largamente diffuso a Roma) a incentivare possibili future vocazioni.

Vogliamo evangelizzare, non lavarvi i calzini!”, esclamò una suora già ai tempi di Giovanni Paolo II durante un Sinodo sull’Africa. La Chiesa cattolica è anche struttura sociale e per portare cambiamenti servono istruzioni precise, decreti che creino un nuovo modo di operare. Per papa Francesco, nel secondo tempo del suo pontificato, si pone la questione di dare una forma organizzativa, giuridica agli obiettivi enunciati: portare le donne nei luoghi “dove si prendono decisioni e si esercita l’autorità”.