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‘Globalizzazione difficile’, a Ramallah li chiamano martiri. Ma sono i ‘male amati’: uccisi e basta

Anche oggi un ragazzo ha tentato di accoltellare un israeliano, qui. A un checkpoint. Ed è stato ucciso. Ma non fa più notizia. Al più, si discute della reazione dei soldati: che sparano, e sparano direttamente alla testa, quando ancora l’aggressore è a tre o quattro metri di distanza. E potrebbe essere neutralizzato con altri mezzi. Ma quello che più mi colpisce, onestamente, è altro: che così tanti palestinesi ancora insistano ad avventarsi contro un checkpoint con queste lame da niente, consapevoli che saranno uccisi e basta. Che senso ha?

Si parla tanto di attentati suicidi. Ma a volte, sembrano più suicidi che attentati. Una scelta più di disperazione che di odio. Come se fosse il solo modo per lasciare un ricordo di sé. Morire, in certi paesi, è il solo modo di esistere.

Si chiamano martiri, qui e in tutto il mondo arabo. Ma spesso, sono solo ragazzi allo stremo: soli e allo stremo, e mi restano addosso sempre mille dubbi, poi, a vederli nei manifesti funebri, sullo sfondo solenne e artificiale della moschea di al-Aqsa. A vederli celebrati. A vederli usati. Vederli “male amati”: ho trovato le parole che non avevo nell’ultimo libro di Mario Giro. Parla della mia generazione, a un tratto, parla dei giovani, e dice, appunto: male amati. Qui come in Occidente, in cui siamo tenuti in uno stato di precarietà eterna che è un dramma, onestamente, e che invece la generazione precedente guarda come se fosse il privilegio di un’adolescenza infinita, perché in fondo, così non solo non cede spazio, non cede potere, ma si sente indispensabile.

Se i figli non crescono mai, i genitori non invecchiano mai – ma male amati anche nell’Africa dei migranti, o in quell’Asia in cui si vive non solo di fabbrica, ma in fabbrica, come in pagine di Charles Dickens. Da qui la forza, il fascino dei jihadisti, che offrono senso, identità: obiettivi, offrono risposte facili a una “Globalizzazione difficile”, per riprendere il titolo del libro, ma anche, ad altre latitudini, la forza e il fascino dei narcos, per esempio, o delle paranze dei bambini di Roberto Saviano. Perché questa globalizzazione che secondo Francis Fukuyama avrebbe segnato la fine della storia, è diventata invece lo scontro di civiltà di Samuel Huntington. Perché ora che il mondo è un solo mondo, la manodopera è raddoppiata. E i salari sono crollati, e così i diritti, in un’economia che non ha più regole né freni. E si sono impennate le disuguaglianze. E come mi hanno detto tanti jihadisti: un mondo in cui otto miliardari possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta, è semplicemente un mondo che non può funzionare.

Mario Giro è uno strano: perché è uno normale. Viene dalla Comunità di Sant’Egidio ed è esperto di Africa: e quindi fa il sottosegretario agli Esteri. E in genere in Italia, come è noto, non funziona così. Invece Mario Giro non solo sta al posto giusto, ma ha una visione di insieme del mondo, ha quella capacità di lettura e interpretazione delle cose che è indispensabile a chi governa. Ma è sempre più rara. E ha questa capacità, soprattutto, tipica dei cattolici, di interrogarsi sui valori, e di ancorarsi a valori, in tempi in cui esaurite le ideologie, e forse le idee, in assoluto, i progetti, ci concentriamo solo su noi stessi. E l’ordine che cerchiamo in risposta allo smarrimento, alla paura, a questa consapevolezza che gli stati non controllino più niente, l’economia, l’ambiente, non viene dalle regole, ma dall’eliminazione dell’altro.

Dall’eliminazione di tutto quello che è diverso da noi.

Ora che sono una giornalista, e sono sempre in viaggio, dovrei capire meglio il mondo. E invece, ho questa sensazione di capirlo meno di prima. Sono più informata, sì, ma anche più disorientata. E credo proprio sia per via di quello che Mario Giro definisce “il presentismo”: questo vivere in tempo reale, immersa nelle notizie, e soprattutto, nelle emozioni. Perché oggi si cerca la reazione, più che la riflessione. E specialmente in questa parte di mondo, in cui tutti vogliono eroi, soluzioni rapide e nette: e si affidano a un Erdogan, sperano in un Marwan Barghouti.

E l’unico risultato è che i conflitti, così, sono sempre di più.

E sempre di più sono visti come naturali. Normali. In Bosnia, un colpo di mortaio sul mercato di Sarajevo cambiò il corso della guerra, convincendo l’Onu a intervenire. In Siria diciamo: Oggi la tregua tiene, c’è solo un po’ di artiglieria. Ma in fondo, sessasnt’anni fa chi avrebbe mai immaginato che francesi e tedeschi non si sarebbero più odiati? Sono le pagine più belle del libro: le pagine su questa Unione europea che tanti oggi criticano, perché dimenticano quello che siamo stati fino a ieri. L’Unione europea è stata costruita a partire da piccole cose, passo passo. A partire da carbone e acciaio. Non è nata dal coraggio, dall’ottimismo: ma dall’ansia e dalla paura. Da tempi come questi.

Da tempi senza eroi.

Ed era solo sessant’anni fa.

 Mario Giro, La globalizzazione difficile. Ridisegnare la convivenza al tempo delle emozioni, Mondadori 2018​