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Palestina: quando l’identità nazionale è ferocemente repressa, quella religiosa si fa invincibile

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In dieci anni, non mi era mai capitato.

In fondo al 218, il pullman che collega Ramallah a Gerusalemme, tre ragazzi, tre liceali in Nike e zainetto, hanno tirato fuori una chitarra. E hanno iniziato a suonare. Un uomo si è girato, subito, e gli ha detto di fermarsi: la radio era sintonizzata sul Corano. Non che fosse ora di preghiera: ma gli ha sbraitato contro che era haram, che era proibito. Che era un affronto. “E non finisce qui”, ha detto, mentre i tre ragazzi richiudevano la chitarra nella custodia.

E gli altri passeggeri guardavano. E tacevano.

Quella musica dance che qui ascoltano tutti, d’altra parte, suona come il Despacito arabo solo agli stranieri che non capiscono il testo: è il Corano. L’apertura del Corano. La sura al-Fatiha. Ripetuta all’infinito su una base elettronica.

Il ritorno all’Islam di questi anni è un fenomeno complesso, che ha molte cause. E qui, diverse che altrove. Sui due stati tracciati sulle mappe degli Accordi di Oslo, si è riversata la colata di cemento degli insediamenti. Israele e Palestina sono ormai uno stato solo, è inutile, sono Israele e basta: con una minoranza araba. E dal momento che l’identità nazionale è ferocemente repressa, i palestinesi rimarcano l’identità religiosa. Che Israele non può attaccare. E che quindi, si fa sempre più forte. O forse, è sempre stata forte, non so. Forse, semplicemente, l’undici settembre ha cambiato tutto, ha sbattuto l’Islam sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, nei libri, in Tv, ovunque, e oggi i musulmani sono più assertivi. Si espongono di più. O forse siamo noi a notarli di più. Non so. Ma di sicuro qui a Nablus, in cui sono arrivata insieme a due norvegesi per un convegno sul giornalismo, abbiamo non uno, ma due interpreti: una studentessa per me e la norvegese, e uno studente, un maschio, per il norvegese. Una coincidenza, magari. Ma non mi era mai capitato. La sera, a cena, ci ritroviamo in queste case in cui la moglie cucina, e poi però sparisce: per non stare con estranei. E ad al-Najah, all’università, un tempo bastione dell’Intifada, il convegno comincia con l’inno nazionale e una lunga preghiera.

Sono in Medio Oriente da dieci anni. E il Corano, onestamente, è l’ultima cosa che ho letto. Perché ho iniziato proprio qui, proprio da Israele e Palestina: e la priorità, qui, è il diritto internazionale. La storia, lo scontro per la terra. Non per Dio. Le dinamiche dell’occupazione. Per capire israeliani e palestinesi, i libri di Ilan Pappé, di Jeff Halper, di Neve Gordon, Sara Roy, sono molto più utili del Corano. Ma adesso, invece, anche qui, persino qui, non si parla d’altro. Non si parla che di Islam. Di questo Islam che vissuto così è una specie di fast food, un McIslam che non chiama a riflettere, a interrogarsi su se stessi, sugli altri, ma al contrario, offre regole facili e immediate: chiama ad agire di istinto. Ha logiche più sociali che religiose, perché musulmani o meno, è noto: soprattutto in tempi di incertezze, in tempi di cambiamento, come questi, è molto più semplice obbedire che scegliere. Conformarsi. Appartenere. E invece che avere dubbi, telefonare al numero in sovraimpressione di un imam di Dubai, e in cambio di un dollaro, ricevere via sms una fatwa che ti dice cosa è giusto e cosa no. Che ti semplifica il mondo.

Ti dice chi ha torto e chi ha ragione.

Più che un modo per capire la vita, l’Islam, così, è un modo per schivarla.

Ed è un Islam che ha poco di Islam. Perché Nablus, sì, è sempre stata una città conservatrice. La prima a eleggere un sindaco di Hamas. Ma ora ha una nuova moschea: la moschea Arafat. Che è un po’ come se a Cuba intitolassero una chiesa a Fidel Castro.