Società

Violenza sessuale, a ‘Carlotta’ e le altre. Una riflessione sul caso di Cassino

di Vera Cuzzocrea*

Riflettere sulla storia di cronaca che ha visto coinvolta “Carlotta” (nome di fantasia) può aprire a diversi scenari di approfondimento possibile, a seconda della centralità che si vuole attribuire ad un elemento o all’altro. Il profondo disagio di una figlia narrato in uno scritto, il fallimento e la vulnerabilità sociale e umana di un genitore con la sua apparente offensività e l’aggressività di un atto (la presunta violenza) e del suo tentativo di porvi rimedio, in modo plateale e disorganizzato (il suicidio), e molto altro ancora.

Ma non è una questione solo di tematiche da affrontare, né di livello di approfondimento. Non siamo né in un contesto investigativo, né clinico. Il dettaglio descrittivo dei fatti, dei luoghi e degli scenari possibili, l’analisi dinamica e introspettiva dei profili psicologici e comportamentali dei protagonisti, le ipotesi sul collegamento logico-temporale tra i fatti così come i viaggi interpretativi ad essi collegati, tutto ciò può non solo non servire in questa sede ma essere altresì lesivo.

Bene ricordare in tal senso la Carta di Treviso, un codice deontologico prodotto nel 1990 dall’Ordine dei giornalisti e dalla FNSI – di intesa con l’Associazione S.O.S. Telefono Azzurro Onlus – che trae ispirazione dalla nostra Carta costituzionale e dalla Convenzione dell’Onu del 1989 sui diritti dei bambini e delle bambine. Questo documento nasce per essere non solo una norma vincolante di autoregolamentazione per i giornalisti italiani, ma anche un orientamento ideale e pratico per tutti coloro che veicolano dei messaggi a livello mediatico. E quindi anche per noi tecnici quando interveniamo pubblicamente esprimendo opinioni o riflettendo su casi di cronaca come questo. Una norma vincolante presente nella versione aggiornata del 2006 della Carta di Treviso rimanda alla necessità di “garantire l’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca […] lesivi della sua personalità, come autore, vittima o teste; ed evitare la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione”.

La delicatezza della vicenda, il coinvolgimento di Carlotta e l’impatto della vicenda su di lei e sul resto della sua famiglia (dove ci sono altre persone minorenni), impongono pertanto delle scelte e dei criteri di orientamento che tengano conto di tutto, laddove la priorità diventa la protezione e l’esigenza di trovare un canale di comunicazione che prima di tutto serva a Carlotta, ma anche a Serena, Alexandra, Elena, Filippo, Piera, Francesca, etc. Per restituire senso, per offrire un’occasione di benessere, per non trasformare ognuna di queste persone – seppur in modo differente – da vittime a carnefici.

Per questi motivi non vuole esserci traccia di nessun particolare o dettaglio che possa ricondurre allo scenario reale della vicenda. E per questi motivi, si vuole immaginare un dialogo con Carlotta e gli altri (le altre vittime, conosciute e sconosciute, vicine e lontane a lei, di un malessere) che restituisca protezione.

A lei e agli altri, darei un abbraccio, dicendo loro che sono stati bravi a condividere con qualcuno come si sentivano: ci vuole tanta forza e tanta competenza che non tutti sono in grado di avere. Direi loro anche che talvolta le persone adulte non hanno queste abilità: né quella di condividere le proprie emozioni, le proprie fragilità, i propri fallimenti, né quella di saper essere sufficientemente competenti. Come genitori, come mariti, come lavoratori. Direi anche che a volte nelle famiglie e nelle relazioni umane in generale si creano strani equilibri, tali per cui la sensazione che ciascun membro ha è di poter produrre un danno anche solo introducendo un piccolo cambiamento. Come ad esempio quello prodotto da un malessere urlato. Che forse ci siamo sentiti di sussurrare soltanto.

Spiegherei a queste ragazze e bambini, che a volte gli adulti non sanno ascoltare, né proteggere, né evitare di far male. Sono loro, gli adulti, che dovrebbero sapere come fare tutte queste cose, non i figli. Direi anche che a volte anche la rabbia può far bene. Per una riparazione ad un danno subito che non hanno ottenuto, come Carlotta, per le fragilità degli adulti che le stavano vicino che non le hanno permesso di avere. Al contrario di te e di voi. Che hai saputo scegliere di proteggerti, di confidarti, che sono certa avrai il coraggio di riparare da sola al danno che è stato prodotto anche con la consapevolezza delle cose belle che hai e l’aiuto delle tante persone che sapranno farti stare bene. Grandi e piccoli.

* psicologa e psicoterapeuta