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Regeni, Maha Abdelrahman e la “ricerca partecipata” sotto la lente dei pm: come si è arrivati all’interrogatorio della prof

L'audizione della professoressa egiziana potrebbe porre fine a quasi due anni di polemiche in cui le autorità italiane hanno spesso puntato il dito contro l'Università di Cambridge e la docente, responsabile secondo la Procura di Roma di aver inviato il ricercatore a lavorare su un tema politicamente sensibile e con metodi troppo rischiosi

A quasi due anni di distanza dalla morte di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello ritrovato senza vita il 3 febbraio 2016 alla periferia del Cairo, la Procura di Roma ha interrogato Maha Abdelrahman, la professoressa di Cambridge che supervisionava la tesi di dottorato del giovane friulano. L’interrogatorio arriva dopo la richiesta del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, e del sostituto, Sergio Colaiocco, di un ordine di rogatoria alle autorità britanniche lo scorso ottobre. Nel documento i magistrati chiedevano l’interrogatorio formale della professoressa e l’acquisizione dei suoi tabulati telefonici tra gennaio 2015 e febbraio 2016.

L’audizione della docente egiziana potrebbe porre fine a quasi due anni di polemiche in cui le autorità italiane hanno spesso puntato il dito contro l’Università di Cambridge e la docente, responsabile, secondo la Procura, di aver inviato Regeni a lavorare su un tema politicamente sensibile e con metodi troppo rischiosi.

Il tutto ha inizio alcuni giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio, il 12 febbraio. A Fiumicello si celebrano i funerali del ricercatore e gli inquirenti italiani prelevano la professoressa Abdelrahman per un interrogatorio, lei si rifiuta di rispondere e di consegnare loro pc e telefoni. Alcune settimane dopo, il 26 febbraio, il quotidiano La Repubblica sostiene che la Procura di Roma sia sempre più convinta che la causa della morte di Regeni siano i suoi studi sui sindacati indipendenti. Alcuni mesi dopo la Abdelrahman sceglie di rispondere via mail alla polizia del Cambridgeshire.

Da allora, le polemiche sulla responsabilità di Cambridge e della supervisor di Giulio si sono riaccese seguendo spesso il flusso a intermittenza delle informazioni e degli elementi forniti sull’omicidio dalle autorità del Cairo alla procura di Roma.

Nell’estate del 2016 alcuni quotidiani italiani attaccano Cambridge definendo l’atteggiamento dell’ateneo “un muro di gomma”. Il punto in questione, stavolta, è la trasferta del pubblico ministero Sergio Colaiocco a Londra. Allora, i docenti che supervisionavano il lavoro di Giulio si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. A seguito di una nota di Cambridge che sottolineava che l’ateneo non si era mai rifiutato di collaborare, piazzale Clodio chiarisce che non c’era nessuna rogatoria indirizzata all’università ma solo nei confronti dei singoli professori.

Ad agosto del 2016 la polemica viene rilanciata anche dall’allora presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. “Ho chiesto al Primo Ministro inglese Theresa May di spendere la sua autorevolezza nel chiedere ai docenti di Cambridge di collaborare con le autorità giudiziarie italiane”, diceva il premier a La Repubblica. “Non capisco per quale motivo i professori di una così prestigiosa università globale pensino che l’Italia possa accettare il loro silenzio, che mi sembra inspiegabile. È morto un ragazzo italiano, torturato. Dobbiamo alla sua famiglia la verità. E chiunque ne possieda anche solo un pezzetto ci deve aiutare, subito”.

Le parole di Renzi scatenano un nuovo polverone riaprendo il dibattito sia a livello politico che accademico. Numerosi docenti da allora continuano, infatti, a spendersi per difendere la reputazione della docente egiziana e puntano il dito sugli interessi economici italiani in Egitto che non si sono mai fermati nemmeno nei 14 mesi di assenza dell’ambasciatore italiano al Cairo. Al centro c’è sempre la scelta del metodo della “ricerca partecipata” (consiste nel lavoro sul campo fatto di interviste ed esperienza sul campo) che è stata ripetutamente difesa da numerosi accademici come “una normale fase di ricerca nel percorso che porta alla scrittura di una tesi di dottorato”.

Lo scorso novembre la notizia della rogatoria da parte della Procura di Roma ha portato a un nuovo attacco alla docente di Cambridge di ritorno da un anno di aspettativa per motivi di salute. Le domande che i giudici italiani rivolgono alla supervisor di Regeni sono 5 e vertono sulla scelta della ricerca, delle domande fatte ai sindacalisti e su un presunto report che Giulio avrebbe consegnato alla docente alcune settimane prima di svanire nel nulla. L’articolo de La Repubblica in cui si avanzano i sospetti sulla professoressa suscita un’ondata di indignazione tra gli accademici: 250 professori di numerosi atenei internazionali firmano una lettera in difesa di Maha Abdelrahman mentre sul IlFattoQuotidiano.it Gilbert Achrar, professore della Soas di Londra e firmatario del documento, conferma che il ricercatore di Fiumicello era fermamente convinto della sua scelta sull’argomento.

Intanto, continuano le analisi del faldone di mille pagine consegnato a fine dicembre dagli inquirenti egiziani alle autorità italiane. Solo dopo una faticosa traduzione si potrà capire se quei fascicoli, contenenti anche gli interrogatori di alcuni ufficiali egiziani, potranno finalmente portare alla ricostruzione dei 9 giorni trascorsi tra la sparizione di Regeni e il ritrovamento del suo corpo senza vita.