Mafie

Calabria, bruciati gli alberi dell’ex sindaco di Sinopoli: “È l’indimidazione numero 300 ai miei danni. Sconfortato”

Nel giorno in cui il Senato ha trasformato in legge il ddl sui testimoni di giustizia, in Calabria la ‘ndrangheta si è fatta sentire. E colpisce il testimone di giustizia Domenico Luppino, direttore della cooperativa Giovani in vita che gestisce diversi beni sequestrati e confiscati alle cosche mafiose della provincia di Reggio Calabria e Vibo Valentia

Nel giorno in cui il Senato ha trasformato in legge il ddl sui testimoni di giustizia, in Calabria la ‘ndrangheta si è fatta sentire. E lo ha fatto a San Procopio, in un terreno del testimone di giustizia Domenico Luppino, l’ex sindaco di Sinopoli che è anche il direttore della cooperativa Giovani in vita. Si tratta dell’ente che gestisce diversi beni sequestrati e confiscati alle cosche mafiose della provincia di Reggio Calabria e Vibo Valentia.

La scorsa notte, all’interno della proprietà di Luppino, sono stati bruciati 14 alberi secolari di ulivo e altre 14 piante hanno resistito al danneggiamento. Non è la prima volta che Luppino è nel mirino delle famiglie di ‘ndrangheta. Quando era sindaco di Sinopoli, territorio della cosca Alvaro, ha subito 9 attentati in quattro anni e mezzo che lo hanno costretto a vivere sotto scorta e a trasferirsi con la sua famiglia a Reggio Calabria. Hanno profanato la tomba del padre, dove hanno piazzato addirittura una bomba. Gli hanno impiccato i cani, gli hanno distrutto altri campi di ulivo e incendiato un furgone.  Nel 2015, poi, all’ingresso di un terreno sequestrato ad Anoia alla famiglia Oliveri e affidato alla cooperativa Giovani in vita hanno lasciato un cartello con la scritta “Luppino devi morire”, dopo aver rubato un trattore, anche questo appartenente ai vecchi proprietari.

Ecco perché l’incendio delle 14 piante di ulivo, non sorprende Luppino che, all’Ansa, ha dichiarato: “Sono a quota 300 episodi intimidatori a mio danno. Se dicessi che la situazione in cui vivo mi preoccupa oltremodo direi esattamente ciò che penso. L’idea che mi sono fatto, in queste ultime tre festività natalizie passate da scortato è che di me ci sono individui che non riusciranno mai a dimenticarsene”. Luppino è sconfortato: “Dirò di più: mi sono convinto che l’interesse dello Stato nei confronti di uno dei 78 testimoni di giustizia del nostro Paese, è piuttosto di facciata e non di sostanza. Del resto non potrei pensare diversamente visto che i segnali che provengono dal territorio sono tutt’altro che incoraggianti. Così come è chiaro il disinteresse da parte dello Stato che da oltre un decennio non è riuscito a trovare una sede agibile per la locale stazione dei Carabinieri, attualmente ospite della Stazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte”.

Il danneggiamento è avvenuto pochi giorni prima di Natale. Un particolare non di poco conto in una terra in cui i simboli sono importanti. Luppino si sfoga su facebook e denuncia l’isolamento che sente ormai da troppo tempo: “Non si ha piena contezza, a mio avviso, di quanto il ‘simbolismo’ assuma valore assoluto in certi contesti. Mi sono liberato, nei mesi scorsi, del peso che opprimeva la mia libertà da decenni. Mi sono seduto in un’aula di un Tribunale di questa Repubblica ed ho dato voce ad un senso di oppressione, che aveva condizionato la mia esistenza e quella di altri venuti prima di me. Un gesto che rifarei altre mille volte e che, mi dispiace per chi non lo apprezzerà, sono disposto a ripetere ancora. Non ci sarà nessun tentativo, più o meno pianificato, che mi farà recedere da questo mio profondo convincimento. Nonostante la consapevolezza di quanto possa risultare terribilmente ‘finita’ l’esistenza di ognuno di noi e di quanto possa costare dover interpretare un ruolo per il quale, certamente, non mi sono mai sentito tagliato. A tale proposito, mi sentirei più tranquillo se accanto o, meglio ancora, dinnanzi alla mia modesta figura ve ne fossero altre disponibili a recitare, per una volta, un ruolo da protagonisti. Troppo pochi sono 78 individui in Italia che possono ‘fregiarsi’ del tristissimo titolo di ‘testimone di giustizia’. Prima fra tutti, mi piacerebbe che ci fosse la gente, quella comune, in particolare la mia gente; poi, auspicherei che ci fossero le istituzioni dello Stato. Quelle ‘fedeli’, alle quali mi sentirei di chiedere una maggiore attenzione ed una più consistente considerazione di vicende e, perché no, di vite umane, che hanno il diritto, ed a favore delle quali è necessario profondere ogni energia utile, di continuare a vivere dignitosamente. Già, la dignità, questo propulsore dell’anima che viene interpretato in mille modi, a nostro piacimento e convenienza”.