Cronaca

Padova, 2 arresti e 17 indagati a Palazzo del Bo: per i pm il “comitato d’affari” controllava lavori e appalti all’università

L'arresto, due giorni fa, di Ettore Ravazzolo, responsabile dell'Area manutenzioni dell'ateneo, e di Massimiliano de Negri, 47 anni, un artigiano di edile di Santa Margherita d’Adige, è solo la punta emergente di uno scandalo che promette di dilatarsi nelle prossime settimane. Le ipotesi di reato vanno dal concorso in corruzione alla turbativa d'asta

Piccolo spaccato di un’Italia che non si rassegna alle inchieste, ai moniti dell’Autorità anticorruzione, agli arresti e delle salate sanzioni della Corte dei Conti per i pubblici dipendenti infedeli. A Padova lo storico palazzo del Bo, una delle università più antiche al mondo, è diventata il teatro dell’ennesima storia di ordinarie tangenti che rivelano, ogni volta che vengono scoperte, le stesse modalità di comportamento, di aggiramento della legge, di richiesta e pagamento di denaro, segnali in codice, strizzatine d’occhio e bella vita.

La notizia, due giorni fa, dell’arresto (ai domiciliari) del dirigente universitario Ettore Ravazzolo, un ingegnere di 57 anni originario di Valdagno, e di Massimiliano de Negri, 47 anni, un artigiano di edile di Santa Margherita d’Adige, è solo la punta emergente di uno scandalo che promette di dilatarsi nelle prossime settimane. Non solo per il numero degli gli indagati, ma perché si intravede una contaminazione ben più ampia di quanto la polizia giudiziaria non abbia già scoperto. Non è un caso che il giudice delle indagini preliminari Domenica Gambardella nell’ordinanza di custodia cautelare abbia fatto riferimento all’esistenza di un vero “comitato d’affari” che controllava lavori e appalti nell’ateneo.

Ravazzolo guadagna circa 40mila euro all’anno quale responsabile dell’Area manutenzioni, eppure possiede una barca di valore, un Mochi Fly 44 lungo 14 metri che tiene ormeggiato a Umago, in Croazia. E’ lui il principale imputato dell’inchiesta “Università pulita” che ha scatenato un terremoto nella città del Santo. In totale gli indagati sono 17, ma il numero è provvisorio. Le accuse sono da repertorio e spaziano, a diverso titolo, dal concorso in corruzione alla turbativa d’asta.

L’input è partito dal rettore Rosario Rizzuto che ha presentato un esposto in procura nel 2016. Partiva dalla segnalazione di un imprenditore che dichiarava di essere regolarmente estromesso da ogni appalto e da alcune indicazioni sul tenore di vita di Ravazzolo. Era il canovaccio su cui gli investigatori hanno lavorato con intercettazioni, pedinamenti, accertamenti bancari. Sulla loro strada hanno trovato parecchi ostacoli da parte di qualche dipendente dell’Area edilizia, sicurezza e manutenzioni, che si occupa della conservazione dell’ingente patrimonio immobiliare dell’Università, sicuramente la prima azienda di Padova.

In un primo tempo si pensava che Rizzuto potesse avere avuto qualche favore sotto forma di lavori per la ristrutturazione della casa. Poi è spuntato il sospetto di pagamenti di denaro. E non è un caso che il 15 novembre, quando i finanzieri gli hanno notificato il provvedimento e hanno perquisito il domicilio a Padova e il grande appartamento in un palazzo che occupa a Valdagno, gli abbiano trovato in una camera da letto un piccolo tesoro: dentro due scatole di latta, suddivise per valore, banconote per 13.700 euro. In quel momento il procuratore Matteo Stuccilli, il pubblico ministero Sergio Dini e gli uomini della sezione di polizia giudiziaria hanno capito di aver fatto bingo, anche se l’interessato probabilmente fornirà spiegazioni sull’insolita conservazione di soldi sotto il materasso.

Nel 2016 gli impiegati dell’Area manutenzioni dell’università si erano allarmati dopo la richiesta di spiegazioni del rettore sulle assegnazioni di appalti e sul frazionamento dei lavori, per evitare i bandi di gara. Era intervenuta anche l’Autorità anticorruzione che aveva fornito i dati relativi agli appalti. La consapevolezza che fossero in corso accertamenti, perlomeno amministrativi, ha favorito l’inchiesta. Perché i contatti si erano trasferiti all’esterno dell’università, al ristorante, dove i protagonisti sono stati intercettati. Ecco che nel luglio 2016 è stata ascoltata una conversazione di Ravazzolo con gli impresari De Negri e Otello Bellon. Alla richiesta di lavori, il dirigente fa capire che ci si può mettere d’accordo per favorirli. Gli stessi impresari avrebbero proposto, in caso di gare, di segnalare essi stessi le imprese da invitare. Sarebbe questo un importante indizio di accordi tra esecutori dei lavori per spartirsi la torta. E l’accordo sarebbe stato suggellato da una gita in laguna di Venezia, sul motoscafo di Bellon, e cena finale per mangiare pesce da Celeste a Pellestrina, a spese dell’impresario.

Nel capo d’accusa per il momento si fa riferimento a lavori gratuiti nelle proprietà di Ravazzolo per 51mila euro. Ma quello che impressiona è il numero di dipendenti dell’università il cui nome è finito nel registro degli indagati. Sono almeno sei, tra cui un architetto, tre tecnici-amministrativi e un’impiegata. Gli impresari sono in totale quattro, tra cui Bellon. Nel mirino appalti di manutenzione in cinque diverse facoltà. Ravazzolo ha una passione per le armi, residuati bellici. In un garage di Valdagno sono state trovate bombe, granate, baionette della prima guerra mondiale e un ordigno con 100 chili di tritolo utile alle indagini. Così è stato anche denunciato per detenzione illegale di armi da guerra.