Scienza

Ricerca, team italiano salva un “bambino farfalla”: pelle geneticamente modificata al posto di quella malata

Curato dall'epidermolisi bollosa giunzionale un bambino siriano di 7 anni scampato alla guerra con la famiglia e giunto in Germania nel 2015. Aveva una grave infiammazione batterica che lo stava portando alla morte. Lo studio dei ricercatori dell'università di Modena e Reggio Emilia è stato pubblicato su Nature

Un bambino affetto da una rara malattia genetica della pelle che può portare alla morte è stato salvato grazie al primo trapianto totale di pelle geneticamente modificata, messo a punto da un team di ricercatori italiani.
L’epidermolisi bollosa giunzionale appartiene a un gruppo di malattie rare dell’epidermide causate da un difetto genetico che impedisce allo strato più superficiale della pelle di aderire saldamente al derma, lo strato sottostante che ammortizza i traumi meccanici subiti dall’epidermide. E’ dovuta ad una mutazione del gene che produce una proteina — chiamata Laminina 332 — responsabile di mantenere l’epidermide aggrappata al derma. Se i geni non la codificano correttamente, la pelle tende a staccarsi alla minima frizione, provocando vesciche e ferite che nei casi più gravi impediscono di camminare, andare a scuola, perfino vestirsi. Sono circa 500mila i pazienti affetti da epidermolisi bollosa nel mondo. Sono chiamati “bambini farfalla”: un un lieve tocco della pelle, anche una carezza, può provocare danni pari a quelli causati ad una farfalla sfiorandone le ali.
“E’ una condizione estremamente invalidante che provoca l’insorgenza precoce di tumori della pelle”, spiega Michele De Luca, direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’università di Modena e Reggio Emilia che insieme a Graziella Pellegrini, coordinatrice della terapia cellulare del Centro, allo spin off di Unimore Holostem e a clinici tedeschi e austriaci ha appena pubblicato i risultati della ricerca sulla rivista internazionale Nature. Il team è riuscito a salvare la vita ad un bambino siriano di 7 anni scappato dalla guerra con la famiglia e giunto in Germania nel 2015. A pochi mesi dall’arrivo, è stato ricoverato d’urgenza presso il centro ustioni dell’ospedale di Bochum in gravi condizioni: era privo dell’80% di epidermide e colpito da una grave infiammazione batterica che lo stava portando alla morte.
I medici di Bochum hanno chiesto l’intervento del team di De Luca che aveva già applicato con successo piccole porzioni di pelle ingegnerizzata a due pazienti colpiti dalla stessa malattia, nel 2006, nell’ambito di una sperimentazione clinica. Che è stata interrotta nel 2007 per adeguarsi alle nuove norme europee che equiparano le terapie cellulari a farmaci, imponendone lo stesso iter prima di essere commercializzate e quindi somministrate ai pazienti. Il team di De Luca e  Pellegrini ha dovuto cioè mettere in piedi una vera e propria biotech per proseguire il lavoro iniziato, che è stato possibile grazie alla creazione dello spin off Holostem tra Unimore e l’azienda farmaceutica Chiesi Farmaceutici. Le autorità tedesche hanno rilasciato l’autorizzazione ad utilizzare la tecnologia, non ancora approvata dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), sul bambino siriano grazie al cosiddetto “uso compassionevole” previsto dalla Direttiva europea 1394 per i pazienti in fase terminale.
Il team italiano ha prelevato circa 4 cm quadrati di pelle sana del bambino e da lì ha estratto gli olocloni, le cellule staminali dell’epidermide. Nel loro Dna ha inserito copie sane dei geni difettosi dalle quali è poi riuscire a produrre in laboratorio quasi un metro quadro di pelle geneticamente modificata che è stata applicata chirurgicamente al bambino in tre diverse operazioni, ricoprendo circa l’80% del suo corpo. A un anno dall’intervento, il bambino ha mostrato di avere una pelle perfettamente sana ed è tornato a scuola. “Quello che questo bambino ci ha anche permesso di dimostrare”, ha spiegato De Luca a ilfattoquotidiano.it, “è anche che la pelle è generata da un popolazione di cellule staminali adulte perenni, che ci accompagnano cioè per tutta la nostra vita e che generano tutte le cellule progenitrici che, a loro volta, permettono il naturale rinnovamento cellulare di tutta l’epidermide una volta al mese”.
Per questo correggere le staminali adulte nel caso della epidermolisi bollosa giunzionale è sufficiente per assicurare che tutte le cellule che, mese dopo mese, andranno a riformare la pelle continueranno ad avere, nel loro DNA, copia dei geni funzionanti inseriti in laboratorio. Quelli che permettono di produrre la proteina che serve per mantenere l’epidermide saldamente ancorata al derma.