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Maldive, a Himandhoo dove ‘l’Islam non è religione, è politica’

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Sull’albero più alto, tra i rami, c’è ancora un ramo che non è un ramo, in realtà, è un’asta. Fino a pochi anni fa, c’era la bandiera di al-Qaeda. Perché fino a pochi anni fa, per i suoi 600 abitanti questa non era l’isola di Himandhoo: era l’emirato di Himandhoo.

Siamo solo a 90 chilometri da Male. Ma in un certo senso, siamo in un altro paese.

La sharia, alle Maldive, è una sharia rigorosa. Tipo il Pakistan. L’Arabia Saudita. Tutto quello che è consentito ai turisti, a tutti gli altri è vietato. L’alcol. O il sesso fuori dal matrimonio: sono cento frustate. Solo i musulmani possono essere cittadini, qui: è proibito avere un’altra religione. O non avere una religione. E l’Islam è la materia principale in ogni scuola di ogni ordine e grado. Ma a Himandhoo la sharia è, se possibile, ancora più rigorosa. A Himandhoo, nel nome del ritorno al vero Islam, dell’Islam dei tempi di Maometto, è vietata persino la musica. Anche poi se ai tempi di Maometto le Maldive, in realtà, erano buddiste. Nelle moschee più vecchie, la Mecca è indicata dal pavimento aggiunto dopo, e montato in diagonale. Non erano moschee: erano templi. “L’Islam, questo genere di Islam, così estremo, non è affatto tradizione, è innovazione”, mi spiega Mariyath Mohamed, giornalista. “Trent’anni fa, nessuna di noi aveva il velo”.

Oggi, invece, sono tutte in niqab.

Tutte completamente coperte. Completamente in nero.

Tutto è cominciato con Maumoon Abdul Gayoom, spiega. Il presidente che si inventò i resort, e insieme ai resort, le Maldive stesse: fino ad allora, non erano state che un arcipelago povero e sperduto. Ha governato per trent’anni, dal 1978 al 2008, e in fondo, governa ancora: l’attuale presidente è suo fratello. “Si era laureato al Cairo, ad al-Azhar, il principale centro di studio del mondo islamico. E non avendo legittimazione popolare, si costruì una legittimazione religiosa. Giustificava ogni sua decisione come una decisione dettata dal Corano. E i suoi oppositori, così, finirono per giustificare ogni critica allo stesso modo”.

“L’Islam”, dice, “non solo non è tradizione, qui. Non è religione: è politica“.

Perché gli anni Settanta furono anche gli anni dei petrodollari. E con i petrodollari, dell’ascesa dell’Arabia Saudita. Con i suoi finanziamenti, molti ragazzi andarono a studiare all’estero, nelle al-Azhar del mondo arabo: e al loro ritorno, Gayoom si ritrovò privo del monopolio sull’Islam. “Finirono tutti in carcere, uno a uno. Torturati. Spesso uccisi. E diventarono degli eroi. Perché gli islamisti per voi sono un simbolo di oppressione, ma qui, e non solo qui, per tanti anni sono stati l’opposto: il simbolo della resistenza all’oppressione“.

E per molti, è quello che sono ancora. La sera, non c’è nessuno, qui. Solo il rumore del mare, e un’aria come d’argento: è il chiarore delle stelle riflesso nelle parabole satellitari: perché sono tutti su Skype. Tutti al telefono con fratelli, cugini, amici al fronte. Con ragazzi come Mohammed, che mi parla da Aleppo, imperturbabile nel mezzo della battaglia: e per cui la Siria, semplicemente, è una guerra giusta. “Cinquecentomila morti”, mi dice solo, “e mi chiedi perché sono qui? Sono in Siria per la stessa ragione per cui ci stai tu: per fermare tutto questo”, dice. “Solo che io alle parole preferisco le azioni”. Ma giusta anche perché è vista come l’inizio di molto altro. Perché qui il 5 per cento della popolazione possiede il 95 per cento della ricchezza: ma le Maldive non sono un’eccezione. “Oggi nel mondo una minoranza della popolazione possiede tutto. Quanto sarà?”, dice, “Il 10 per cento? E però voi non è che pensate che il mondo, così, non può funzionare: pensate che volete essere in quel 10 percento”.

“Poi dici a me: violento“, dice. “Tu hai la guerra in casa”.

Non tutti qui sono dalla parte di al-Qaeda, naturalmente. Anzi. Dei ragazzi stanno inchiodando le ultime assi e spazzando via la sabbia dal pavimento: hanno deciso di aprire un caffè. Il Chucks. E vorrebbero potersi bere una birra ogni tanto. Ascoltare musica. Ma essere contro al-Qaeda non significa essere dalla nostra parte. “E perché mai dovremmo esserlo?”, mi dice uno di loro. “Per voi non esiste altro. Solo il vostro stile di vita, il vostro tipo di economia. Di società. Tutto il resto, non conta. Tutto il resto è arretratezza”, dice. “Ma il vostro modello non funziona. Se voi avete tutto, è perché gli altri non hanno niente. Non siete i più intelligenti: siete solo i più forti. Solo i padroni. Non voglio stare nella massa degli sfruttati. Ma onestamente, non voglio neppure appartenere alla minoranza degli sfruttatori”.

“Non condivido niente di al-Qaeda. Ma il califfato, gli attentati, sono tutte soluzioni sbagliate a problemi giusti. A problemi veri”, dice. “Non guardare alle risposte dei jihadisti. Guarda alle domande. Perché sono le domande di tutti, qui”.