Società

Torino, i camerieri al bar del tribunale? Detenuti ed ex carcerati. Il bando del Comune

Da più di un anno il palazzo di giustizia era rimasto senza un punto di ristoro a disposizione degli utenti e dei lavoratori. La gara sarà rivolta a cooperative sociali. Tra i criteri di valutazione anche progetti per la formazione del personale e quelli per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei diritti dei detenuti

A Torino detenuti ed ex detenuti potrebbero trovarsi a servire caffè e cappuccini a magistrati, avvocati e polizia. Il prossimo bando di gara per appaltare il servizio del bar dentro al Palazzo di giustizia sarà rivolto alle cooperative sociali che lavorano per reintegrare carcerati ed ex carcerati. L’iniziativa è arrivata a una svolta stamattina con la firma di un protocollo d’intesa tra la sindaca Chiara Appendino, il presidente della Corte d’appello torinese Arturo Soprano e il procuratore generale Francesco Saluzzo: “È un progetto coraggioso che fornisce un servizio di ristorazione a chi lavora in tribunale – spiega Soprano – e che permette il reinserimento di chi ha avuto problemi con la giustizia, creando rapporti positivi con istituzioni e società civile”. Per la sindaca Appendino è una sfida importante: “Fare qui un progetto di reinserimento e accompagnamento di detenuti ed ex detenuti ha un forte valore simbolico”.

Da più di un anno il palazzo di giustizia di Torino era rimasto senza un punto di ristoro a disposizione degli utenti e dei lavoratori. Nella primavera del 2016 l’unico bar presente ha chiuso dopo sei mesi di attività. La ditta che lo aveva in gestione, la Service Companies, aveva vinto la gara indetta dal Comune di Torino facendo un’offerta altissima per poi trovarsi nell’impossibilità di pagare il canone di affitto. Indagando su questa gara la Guardia di finanza aveva scoperto che dietro la ditta c’era un amministratore di fatto condannato per legami con la camorra e che l’appalto era stata vinto con carte false, ragione per cui la procura ha chiuso un’inchiesta per turbativa d’asta e truffa ai danni del Comune e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli indagati.

Nel frattempo gli uffici del Comune sono al lavoro per la preparazione del bando, che potrebbe essere pubblicato tra sei mesi e alla valutazione dell’offerta parteciperanno anche i rappresentanti del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Tra i criteri di valutazione dell’appalto non ci saranno soltanto criteri economici, ma anche progetti per la formazione del personale e quelli per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei diritti dei detenuti. “Sono molto contento che dopo anni, grazie al lavoro dei reclusi, ripartirà un luogo di socialità – afferma Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti -. Potrebbe essere il volano per altre iniziative”. In Piemonte, ricorda Mellano, si contano già diverse esperienze di reinserimento dei detenuti grazie al lavoro nella ristorazione come, ad esempio, le cooperative sociali “LiberaMensa”, che gestisce un ristorante all’interno del carcere di Torino, o la “Pausa Caffè”.

Proprio durante un rinfresco preparato da una cooperativa sociale per un convegno di magistrati il procuratore generale Saluzzo ha avuto l’idea che ha portato alla firma del protocollo. “Il servizio era stato buono e avevo visto questi ragazzi lavorare bene, così ho pensato che si potesse mettere insieme il reinserimento dei detenuti e il palazzo di giustizia e l’ho proposto al sindaco”, spiega. Non teme per gli incontri davanti a un caffè tra i futuri camerieri e i magistrati che li hanno indagati o condannati: “Può darsi che si troveranno davanti il giudice che li ha giudicati, ma non ci saranno rischi, saranno persone che avranno un percorso positivo di recupero e reinserimento”.

Ad alcuni magistrati, però, il progetto non è piaciuto. Molti ricordano ancora il bar Monique degli anni Ottanta, un caffè vicino agli uffici giudiziari frequentato da malavitosi e toghe, un luogo in cui si erano intrecciati strani interessi e nel quale è maturato l’omicidio del procuratore Bruno Caccia: “Il contesto è diverso. Oggi ci sono sistemi di controllo sulla gestione – afferma Saluzzo -, mentre allora il bar era gestito da persone incensurate, almeno per la giustizia italiana”.