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Sindacati, Di Maio: “O si autoriformano o ci pensiamo noi”. Camusso: “Lo disse anche un altro che poi fece il Jobs act”

Il neo candidato premier del Movimento 5 stelle intervenendo a Torino a un convegno sul lavoro ha ribadito la posizione grillina sui rappresentanti dei lavoratori: "Devono cambiare radicalmente". La replica della segretaria della Cgil

Era il 2013 e già Beppe Grillo lo diceva nei suoi comizi: “Eliminiamo i sindacati, sono vecchi come i partiti”. Oggi che il Movimento 5 stelle si prepara alla nuova campagna elettorale è il neo-candidato premier Luigi Di Maio a rilanciare il messaggio: “O si autoriformano oppure quando saremo al governo ci pensiamo noi”, ha detto intervenendo al Festival del Lavoro a Torino. Tanto è bastato per riaprire il fronte con i rappresentanti dei lavoratori. La prima a reagire è stata la segretaria della Cgil Susanna Camusso: “Un linguaggio insopportabile e autoritario. Non è il primo che lo dice, c’è n’è stato un altro che poi ha fatto il jobs act“, ha replicato. Il riferimento è appunto all’ex premier Matteo Renzi, quello stesso che, ai tempi della riforma del Lavoro, non esitò a prendersela con i sindacati: “Mi attaccano perché gli tolgo potere”, disse. A Di Maio hanno risposto in coro, come allora al segretario Pd, anche i segretari di Cisl e Uil: “Pensi ai problemi del Paese”, ha detto Annamaria Furlan. Mentre Carmelo Barbagallo ha dichiarato: “Avanti un altro”.

Oggi Di Maio ha ribadito semplicemente quello che più volte hanno dichiarato i 5 stelle sul tema sindacati e quello che già è contenuto nel programma di governo. “Se il Paese vuole essere competitivo le organizzazioni sindacali devono cambiare radicalmente”, ha detto. “Dobbiamo dare possibilità alle associazioni giovanili di contare nei tavoli di contrattazione, serve più ricambio nelle organizzazioni sindacali. O i sindacati si autoriformano o con quando saremo al governo faremo noi la riforma”. Quindi il riferimento ai presunti privilegi dei rappresentanti dei lavoratori: “Un sindacalista che prende la pensione d’oro o finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità per rappresentare un giovane di trent’anni”. Di Maio ha anche invocato una “manovra choc” per ridurre il costo del lavoro: “Dobbiamo dare possibilità alle imprese e agli studi professionali di assumere per fare riprendere l’economia e dare gettito allo Stato”.

L’uscita di Di Maio non è piaciuta alle principali sigle sindacali. La prima a replicare è stata appunto la segretaria della Cgil Camusso: “Un linguaggio autoritario e insopportabile”, ha detto. “Non è il primo che lo dice (di riformare i sindacati, ndr). Ce n’è stato un altro che poi ha fatto il jobs act“. Di Maio “dimostra tutta la sua ignoranza ma insieme l’arroganza di chi crede che il pensiero sia solo di chi governa e non riconosce la rappresentanza”. Parlando a Roma a margine della manifestazione della Cgil contro la violenza sulle donne, Camusso ha detto: “Stiamo tornando all’analfabetismo della Costituzione, perché la libertà di associazione è un grande principio costituzionale”. Il neo-candidato premier “dice cose che non sa. Non sa come è fatto un sindacato, non sa che non è un’organizzazione statuale di cui decidi le modalità organizzative, è una libera associazione. Non sa che il sindacato cambia in continuazione, perché a differenza di altri soggetti, è radicato nei luoghi di lavoro ed è composto da decine di migliaia di militanti”. Il segretario ha concluso affermando che “il segno è quello di ridurre la partecipazione alla democrazia”.

Meno dura, ma altrettanto ferma, la posizione della Cisl. “Non abbiamo bisogno di slogan o di aprire nuovi scontri ideologici tra la politica ed il sindacato. Occorre invece affrontare con il dialogo i problemi del lavoro, a cominciare dal tema dei giovani, con grande senso di responsabilità, come sta facendo la Cisl da tempo”, ha replicato Annamaria Furlan. Di Maio “lasci perdere queste inutili polemiche e si concentri semmai sui veri problemi del Paese a cominciare da come offrire un lavoro stabile ai giovani, o di come ridurre le diseguaglianze sociali e l’enorme divario nord-sud”. Ha scelto l’ironia, il numero uno della Uil Carmelo Barbagallo. “Avanti un altro. Se hanno idee buone per il mondo del lavoro, ce le facciano conoscere”.

Più tiepida la reazione del ministro del Lavoro Giuliano Poletti che se da una parte cerca di spegnere le polemiche, dall’altra non si discosta troppo dal ritornello di chi invoca un cambiamento: “I sindacati hanno la loro autonomia e la loro responsabilità, credo vada rispettata, perché sicuramente sanno, per la storia che hanno alle spalle, qual è la situazione che vivono. Quindi valutano ogni giorno, ne sono certo, il dato di adeguatezza che è presente. Una delle regole del funzionamento della democrazia è il rispetto delle sfere di competenze e responsabilità di ognuno”. Poletti quindi, mentre ha ribadito l’autonomia dei sindacati, ha anche aggiunto che “tutte le organizzazioni sociali della rappresentanza, devono sempre interrogarsi sulla loro efficacia, efficienza e piena corrispondenza rispetto alle aspettative che rappresentano”. Quello di interrogarsi al proprio interno sulla propria funzione ed efficienza “non è un tema dei sindacati. E’ un tema che riguarda tutte le organizzazioni sociali in un mondo come questo che sta cambiando rapidamente”. E questo, ha aggiunto, “specialmente laddove hai una funzione di rappresentanza e di relazione con i cittadini devi sempre chiederti se sei organizzato, come svolgi la tua funzione, e se è adatta al momento. Ma credo che i sindacati come tutte le organizzazioni sono consapevoli di questo dato. Poi ognuno rispetto a questo dato risponde nella sua autonomia e nella sua responsabilità”.

In serata è intervenuto anche il membro della segreteria Cgil Maurizio Landini: “Il sindacato non è di proprietà né di Di Maio né dei sindacalisti, ma dei lavoratori”, ha dichiarato. “Quindi se lui vuol fare una cosa per i lavoratori approvi la legge sulla rappresentanza depositata dalla Cgil. Non è che per riformarci abbiamo bisogno di Di Maio, ma abbiamo depositato in Parlamento, un disegno di legge. Chi pensa che può cambiare il sindacato è autoritario, perché l’abbiamo vissuto un regime in cui si decideva cos’era il sindacato”.