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Globalizzazione cinese, come prepararsi

Caro Giulietto salve! Leggevo i tuoi resoconti dall’Urss su L’Unità,  il tuo modo onesto e chiaro di fare giornalismo e che ritrovo recentemente dopo aver perso io, come lettore, le tue tracce. Ho 73 anni, diplomato perito industriale, sono agente di commercio in pensione.

Sono iscritto a Rifondazione comunista e vengo dal percorso Pci, Pds, Ds. Sempre comunque tenendomi fuori da schemi rigidi e da letture strettamente ideologiche, ma lasciando spazio ad analisi a più dimensioni ( Marcuse docet).  Mi interessa pertanto leggere la politica anche in chiave antropologica e psicologica oltre la geopolitica che da sempre mi appassiona. Ammiro la cultura russa, cultura pienamente europea e vorrei vedere una nuova Europa federata e comprendente la Russia. Constato che la teocrazia capitalista cinese sta diventando vieppiù aggressiva: ora base militare a Gibuti e il tentativo di egemonizzare il Mar Cinese come cortile di casa. E anche l’incursione recente in Butan. Mi preoccupa che dopo Tibet e Sinkiang la Cina (genocidio per assimilazione) sia pronta a invadere lentamente, subdolamente e con progressione demografica la Siberia. Questo porterebbe a un tragico indebolimento della Russia e una pressione insopportabile.

Auspico che la Russia avverta l’urgenza del problema, la necessità di colonizzare le vastissime terre siberiane alleandosi con il più popoloso e sicuro avversario della Cina e cioè l’India. Penso che tu condivida in larga parte la mia preoccupazione e ti faccia interprete di ciò presso le più brillanti menti degli istituti geostrategici russi. Per motivi di tua riservatezza, non mi aspetto una risposta, quanto un tuo conseguente agire che darà, data la tua intelligenza, i frutti sperati.  Cordialmente

Miro Capitaneo

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Caro Miro, grazie per la tua lettera e i complimenti che contiene. Che valgono molto, per me, anche perché i nostri percorsi sono stati diversi. Abbiamo però, a quanto vedo, un “metodo” che ci accomuna, pur da punti di vista e valutazioni diverse. Infatti siamo passati per la stessa scuola di formazione. Il che è ormai raro. Le nuove generazioni sono state private di ogni metodo, lo studio è scivolato nel degrado, ben oltre il limite di guardia. Non ci sono più criteri comuni e ognuno naviga a vista, senza alcun metodo, senza rotta in un mare in tempesta. Ma questo è un altro discorso.

Vengo al dunque delle tue considerazioni geopolitiche e strategiche. Ti dirò subito che in Russia sono non pochi quelli che tengono la guardia alta sulle questioni che sollevi. Sono convinto che in molti centri di ricerca ci siano riflessioni a lungo raggio, se non identiche alle tue, sicuramente vicine. Per altro partendo da due punti di vista opposti l’uno all’altro, con tutte le sfumature intermedie. Ci sono i filo-occidentali, che guardano con sospetto al futuro delle relazioni tra Russia e Cina, non perché pensino che la Cina diventi  molto, troppo forte rispetto alla Russia, ma perché vogliono un avvicinamento all’Occidente, in contrasto con quello, attualmente in atto con la Cina. Ci sono, all’opposto, i nazionalisti russi, quelli, “storici”, tradizionali, e quelli dell’epoca post coloniale, (con mille diverse striature) che pensano alla Cina in termini preoccupati. Non pensano, costoro, a un avvicinamento della Russia all’Occidente, che ritengono pernicioso. Pensano invece a cosa sarebbe una “globalizzazione cinese”. Non meno inquietante di quanto non sia stata, e non sia, quella americana. I sintomi che tu elenchi sono osservati a Mosca con grande attenzione. Su questo non ci sono dubbi.

La politica ufficiale del Cremlino non lascia trapelare, al momento, nessuno scontento. Putin e i suoi sono estremamente realisti e pragmatici. La convergenza con Pechino è cruciale per la salvezza della Russia. Coincide con i suoi interessi nazionali e strategici. Io condivido in pieno questo atteggiamento. Che, per altro, non ha alternative. Pechino e Mosca sanno che entrambi dovranno liberarsi dei condizionamenti e dei ricatti cui sono sottoposti all’interno del sistema finanziario del “Consenso Washingtoniano”. Non lo proclamano ai quattro venti, ma lo stanno facendo, con cautela, con gradualità, consapevoli che il sistema sta traballando per conto proprio, ma evitando di accelerarne il collasso. Ma lo stanno facendo. In questa operazione la Russia è il “fratello minore”. Il suo peso economico è molte volte inferiore a quello cinese. Da sola la Russia non potrebbe farcela.

La Cina, inoltre, costituisce un mercato di tali dimensioni ormai da concorrere ampiamente con l’intero mercato occidentale. Abbandonare l’attuale posizione di vantaggio, come primo partner politico e militare, sarebbe da suicidio per Putin. La Russia è inoltre strategicamente più importante della Cina dal punto di vista militare, missilistico, atomico. Questo, per il momento, compensa la sua debolezza economica. Dunque un cambio di strategia da parte di Mosca, verso l’India, come tu suggerisci, non ha nessuna possibilità di ottenere un consenso a Mosca nell’attuale leadership. In ogni caso non costituirebbe un rafforzamento per la Russia, ma un suo reale indebolimento.

Restano pur valide le tue osservazioni sul più lungo futuro. La Siberia è, tutta intera, popolata da una quindicina  di milioni di persone. Ed è appetibile enormemente. Per tutti, non solo per la Cina. Lo squilibrio demografico, finanziario, economico, dalle due parti della lunga frontiera, è immenso. E non credo che le forze della Russia attuale possano riempirlo, neanche nel breve periodo. Occorrerà costruire, senza perdere tempo, una serie di negoziati che fissino, fin da ora,  i termini di lungo respiro della cooperazione bilaterale. Di meglio non saprei cosa proporre. Nello stesso tempo io non vedo nessun atteggiamento “subdolo” da parte cinese. La Cina di oggi è una forza oggettiva, irrefrenabile, possente, tale da mettere angoscia anche ai reggitori dell’Impero. Non c’è bisogno di malizia per spiegare la sua “espansione” mondiale. Per ora prendiamo atto che si tratta di una espansione essenzialmente industrial-commerciale

La Russia ha dalla sua l’esperienza che manca alla Cina. Il secolo XX l’ha vista protagonista nella vita mondiale. La sua cultura, a metà tra l’Asia e l’Europa, ne fa un “interprete” ideale: sia per aiutare l’Europa a comprendere ciò che sta avvenendo all’est, sia per avviare la Cina al suo inevitabile (se non ci sarà lo scontro) dominio mondiale. Si tratta di cominciare ora, subito,  la creazione (e le istituzioni, e le nuove regole)  di un mondo multipolare. Sarà questo l’unico modo per evitare un “Impero Cinese”. Questo dovrà essere spiegato molto bene agli stessi leader cinesi. Intendo dire che non è interesse della Russia individuare nemici con cui agire per competere contro la Cina . Al contrario penso che sarebbe nell’interesse di tutti di ragionare — in termini, appunto, multipolari — per evitare lo scontro che incombe, tra est ed ovest.

In realtà è questa la partita decisiva che deciderà i destini del pianeta, Pechino è già, con Mosca, tre mosse avanti all’Occidente. Chi non ha capito cosa accadrà nei prossimi cinquant’anni è proprio l’Europa. Che rimane a guardare, attonita, le mosse dell’Impero americano. Mosse che a me paiono disperate, pericolose. La fretta è cattiva consigliera dell’America. E sarebbe opportuno che l’Europa svolgesse a sua volta, con decisione, il ruolo di “interprete” nei confronti di Washington. Ponendo con chiarezza i limiti della propria disponibilità ad avventure disperate, che sono in cantiere, e alle quali, scioccamente, l’Europa, invece di frenarle, contribuisce.

La vera partita è questa.