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Sequestro Iuventa, i magistrati: “Grave collusione tra parti della Guardia Costiera Libica e i trafficanti di esseri umani”

I guardacoste di Tripoli, in supporto dei quali l'Italia ha varato la missione navale approvata dal Parlamento il 2 agosto, scortano le barche carichi di disperati fino alle navi delle ong, assistono ai trasbordi e poi se ne vanno senza intervenire. Comportamenti rendicontati dai pm di Trapani nel decreto di sequestro della Iuventa

Consegne concordate di migranti, caratterizzate dalla presenza passiva di motonavi della Guardia Costiera Libica“. Una situazione “di grave collusione tra singole unità della Guardia Costiera ed i trafficanti di esseri umani”. Ovvero le organizzazioni libiche che gestiscono la tratta. Nel provvedimento di sequestro della Iuventa, la nave della ong Jugend Rettet accusata dalla Procura di Trapani di connivenze con gli scafisti, emerge anche il ruolo di quella che su questa sponda del Mediterraneo viene comunemente definita “Guardia costiera libica”, ma che a osservarla sulle coste di Tripoli è una galassia di milizie prestate al mare espressione di singoli potentati locali. Una realtà complessa in supporto della quale è partita la missione navale approvata il 2 agosto dal Parlamento italiano.

Scortano le barche carichi di disperati fino alle navi delle ong, assistono ai trasbordi e poi se ne vanno senza intervenire, neanche quando imbarcazioni non identificate presenti nel luogo delle operazioni “sparano raffiche di mitra”. Comportamenti rendicontati dai pm di Trapani nel decreto di sequestro della Iuventa: “Alle 6.15 del 18 giugno 2017 – scrivono i magistrati ricostruendo uno dei tre episodi contestati alla Jugend Rettet – una imbarcazione non identificata ed una motovedetta della Guardia Costiera Libica hanno scortato 3 barconi pieni di migranti nella zona di mare al largo della località di Zwara ove stazionava la Iuventa per poi allontanarsi immediatamente dopo l’inizio delle operazioni di imbarco dei migranti a bordo della motonave, modalità che dimostrano inequivocabilmente l’effettuazione di una vera e propria “consegna concordata” di migranti”. “La Guardia Costiera Libica – scrivono ancora i magistrati – ha assistito passivamente al trasferimento a bordo della Iuventa senza mai intervenire per procedere all’identificazione ed al controllo delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti durante le successive fasi di rientro”.

Un caso isolato? No. Anche il 26 giugno i guardacoste di Tripoli presente ad un evento Search and Rescue finito sotto la lente d’ingrandimento dei magistrati: “Alle ore 06.00 una imbarcazione piena di migranti è giunta in acque internazionali nei pressi delle motonavi Iuventa e Vos Hestia (la nave di Save The Children, ndr), seguita dopo pochi minuti da un gommone con tre soggetti a bordo muniti di apparato ricetrasmittenti; uno dei tre soggetti riferiva in lingua araba a personale della Vos Hestia l’imminente arrivo di “tanta gente”, circostanza che si realizzava dopo pochi minuti con l’arrivo di barconi e gommone con a bordo centinaia di migranti”. “Alle successive ore 08.00 – si legge ancora – giungeva una nave della Guardia Costiera Libica che non effettuava alcun tipo di operazione“, proseguono pm. Che parlano nel caso della Iuventa di “consegne concordate di migranti, precedute da contatti tra le parti e caratterizzate dalla presenza passiva di motonavi della Guardia Costiera Libica”.

Anche i racconti dei testimoni ritagliano per gli uomini di Tripoli il ruolo di controllori delle operazioni ritenute illecite dalla magistratura italiana. Il 1° giugno 2017 Pietro Gallo – operatore della ditta di security al lavoro sulla Vos Hestia la cui denuncia ha dato avvio al procedimento penale – dichiara ai pm che il 5 maggio “nella zona dei soccorsi c’erano 11 imbarcazioni di migranti. Erano presenti altri assetti quali Aquarius e Iuventa. Anche in questo caso nel tratto di mare era presente la Guardia Costiera libica. Inoltre c’era una imbarcazione più grande, senza segni di riconoscimento, con due mitragliatrici, una poppa e una a prua, che ha sparato alcune raffiche di mitra senza uccidere nessuno”. E senza che i militari libici muovessero un dito.

A pagina 145 il gip opera una distinzione illuminante: scrivendo delle “imprudenti ed illecite modalità di gestione dei soccorsi da parte della Jugend Rettet“, ne sottolinea la pericolosità “in caso di incontri con motovedette della Guardia Costiera in acque territoriali libiche non colluse” con gli scafisti. Sottolineando, quindi, che una parte degli uomini addestrati dall’Italia per contrastare i traffici ha collusioni con le organizzazioni che speculano sui viaggi della speranza. Come spiegano i magistrati di Trapani il comportamento della Libyan Coast Guard? Con poche, precise parole: “Una scelta incomprensibile se non nell’ottica di una situazione di grave collusione tra singole unità della Guardia Costiera ed i trafficanti di esseri umani”.

Sono pezzi deviati, “singole unità”, scrivono i magistrati. Ma, alla luce della missione navale votata il 2 agosto dal Parlamento che prevede che navi della Marina militare saranno presto impegnate in suo supporto tecnico e logistico“, il Viminale farebbe bene a spiegare bene di cosa si parla quando si parla di “Guardia costiera libica”: spiegare, ad esempio, che solo sotto il governo di Fayez Al Sarraj ce ne sono almeno due, una che fa riferimento al ministero della Difesa e una che risponde al ministero dell’Interno. E magari mettere in chiaro che quella di Tripoli con cui Roma stringe accordi in cambio di motovedette, addestramento e qualche centinaia di milioni di euro è una realtà in via di formazione: una galassia di milizie prestate al mare ma soprattutto al miglior offerente, espressioni di potentati locali che dalla caduta di Gheddafi sono in lotta tra di loro per il controllo di traffici illegali, quello dei migranti in primis. Una realtà complessa che l’Italia sta cercando di trasformare in forza di sicurezza affidabile, ma che oggi tale non è.