Cronaca

Pino Pelosi morto a Roma: era l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini

E’ morto a Roma Pino Pelosi. Noto come Pino ‘la rana’, era l’unico condannato in via definitiva (a 9 anni e sette mesi, nel 1979) per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, ucciso nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 in un campo dell’Idroscalo di Ostia. Pelosi combatteva da tempo contro un tumore, da poco aveva compiuto 59 anni. Ricoverato al policlinico Gemelli, è entrato in coma questa notte e si è spento nel pomeriggio nello stesso ospedale. Negli anni successivi alla morte di Pasolini, ‘Pino la rana’ ha fornito due differenti versioni di ciò che accade nella notte di Ostia. In un primo momento si autoaccusò dell’omicidio, ma poi in un’intervista alla Rai del 2005 ritrattò, fornendo un’altra versione dei fatti: per Pelosi a uccidere il poeta erano state tre persone, posizione confermata in Procura nel 2014. Per la Cassazione, tuttavia, Pelosi è stato l’unico assassino del poeta.

LA NOTTE DEL 2 NOVEMBRE 1975 – Alle 22.30 del 1 novembre 1975, Pino Pelosi sale alla stazione Termini sulla macchina di Pasolini. I due si dirigono poi all’Idroscalo di Ostia dove avviene l’aggressione al regista. Nella notte Pelosi venne fermato sul Lungomare Duilio di Ostia alla guida dell’Alfa dell’artista, mentre guida contromano a folle velocità davanti a una pattuglia dei carabinieri in servizio. Inizialmente viene accusato solo di furto d’auto poi, dopo la scoperta di altre prove sull’auto, rinchiuso nel carcere minorile di Casal del Marmo confessa al compagno di cella di essere l’assassino. Il motivo spiegato da Pelosi è quello di aver reagito in maniera violenta alle avances non corrisposte di Pasolini. In primo grado la corte decise di condannarlo a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni ma parlando di “omicidio volontario in concorso con ignoti“, lasciando così spazio ad una versione diversa dei fatti. In appello la condanna per omicidio venne confermata ma la corte ritenne “estremamente improbabile” la presenza di complici. La sentenza divenne definitiva dopo la cassazione del 26 aprile 1979. Pelosi, che nel 1983 ottenne la libertà condizionata, tornò sull’argomento nel 2005 con una ritrattazione. L’uomo infatti raccontò che l’aggressione di Pasolini fu opera di tre persone, a lui sconosciute, che parlavano con accento siciliano e che si sarebbero accanite con bastoni e catene contro il poeta, dopo averlo malmenato e terrorizzato tanto da impedirgli di prestargli soccorso. A tal proposito Pelosi disse di essere stato minacciato di morte assieme ai suoi genitori da parte di uno degli aggressori, e di aver pertanto atteso fino alla morte per cause naturali di questi ultimi, prima di iniziare a parlare.

PELOSI E JOHNNY LO ZINGARO – Il nome di Pelosi nei giorni scorsi era tornato d’attualità. Suo malgrado. A fine giugno, infatti, ha fatto scalpore l’evasione di Giuseppe Mastini, alias Johnny lo Zingaro. Secondo più di una pista investigativa Pino Pelosi non era l’unica persona presente all’Idroscalo di Ostia la notte dell’omicidio di Pasolini. “C’erano i due fratelli Giuseppe e Franco Borsellino, e un altro che non conosco”, ha detto Pelosi, davanti al pm capitolino, Francesco Minisci. I fratelli Borsellino, originari di Catania, erano due neofascisti che oggi sono morti, ma il terzo uomo citato da Pelosi chi era? Pino La Rana non si è mai sbilanciato, ma i sospetti degli inquirenti si sono concentrati sullo Zingaro, il quale ha sempre smentito ogni accusa, ammettendo solo di aver conosciuto Pelosi durante la detenzione nel carcere minorile di Casal del Marmo. A portare gli investigatori a indagare su Mastini c’era un plantare di scarpa trovato nell’Alfa Romeo di Pasolini: né il poeta né Pelosi utilizzavano strumenti simili nelle calzature, al contrario dello Zingaro, che invece ne aveva bisogno da quando era rimasto ferito in una sparatoria. L’inchiesta della procura capitolina, però, è stata archiviata due anni fa, nonostante sul luogo sul luogo della morte di Pasolini fossero state ritrovate tracce di 5 dna differenti, oltre quello del regista ucciso e, appunto, di Pino Pelosi. Con lui, quindi, muore anche la possibilità di sapere con certezza chi era l’uomo senza nome presente a Ostia nella notte in cui venne ucciso Pasolini.

IL RICORDO DEL SUO AVVOCATO – “L’ultima volta che ho parlato con lui? Ci ho parlato cinque giorni fa, ero stato a trovarlo in ospedale, stava molto male ma aveva una grande forza di volontà. Aveva dolori lancinanti e aveva una grande paura di non farcela. L’ultima cosa che gli ho detto è stata ‘sbrigati a guarire che quando esci ce ne dobbiamo andare a Ibizia insieme’. Tornare a Ibiza era un suo grande desiderio”. A parlare all’Adnkronos è Alessandro Olivieri, storico difensore di Pino Pelosi. Il legale ha aggiunto che “se per la maggior parte delle persone se ne è andato un delinquente o un assassino per me se ne è andato via un amico con cui nel corso degli ultimi 10 anni sono riuscito a intrattenere un rapporto che andava ben oltre quello tra cliente e avvocato. Un amico – ha continuato Olivieri – con il quale ho avuto modo di conoscere un pezzo della storia d’italia. Parte di quelle informazioni da me sono ancora custodite e non sono mai uscite perché lui mi aveva chiesto di non divulgarle”. “Il ricordo che ho io è quello di una persona fantastica con cui si riusciva a sorridere – ha detto ancora Olivieri – Tutte le persone a cui lo presentavo, che inizialmente erano prevenute nei suoi confronti, poi scoprivano una persona buona, altruista e disponibile verso gli altri. Se stavamo per strada e vedeva qualcuno in difficoltà si fermava e lo aiutava sempre. Purtroppo la vita non è stata particolarmente buona con lui e alcune disavventure lo hanno portato a commettere anche una serie di atti illeciti che ne hanno segnato la vita“.

“PELOSI SI PORTA NELLA TOMBA IL SEGRETO DI COME ANDARONO I FATTI” – “Pelosi si porta nella tomba il segreto di come effettivamente si sono svolti i fatti”. Parola dell’avvocato Nino Marazzita, legale di parte civile per conto della famiglia di Pier Paolo Pasolini dal 1975. “Ogni volta dichiarava ai giornali o ai magistrati cose che erano già note… – ha raccontato Marazzita – Ad esempio ricordo che io cercavo di fargli dire se con lui c’era o meno Johnny lo zingaro, ma lui ha sempre avuto grande paura di questo, mi diceva non c’era ma non mi convinceva“. “Quando mi vedeva nei dibattiti non mi ha mai considerato un antagonista – ha continuato il legale – mi considerava tale quando era minorenne, ai primi processi e io lo interrogavo come avvocato di parte civile: lì sì, mi vedeva come un nemico, e io vedevo odio e paura nei suo occhi. Poi sono passati anni, decenni…e l’ultima volta che mi ha visto mi ha abbracciato e baciato, credo che ormai mi considerasse uno di famiglia. Mi dispiace, spero abbia fatto una morte non dolorosa”.