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Afghanistan, liberati 25 bambini destinati a diventare kamikaze. Unicef: “Oltre 250mila quelli arruolati nelle guerre”

Non sono solo i talebani a sequestrare o comprare dalle famiglie ragazzini da destinare al massacro, anche lo Stato Islamico e Boko Haram ha utilizzato e utilizza giovanissimi per arruolarli con la forza nelle loro guerre. Un anno fa Daesh aveva mostrato al mondo i suoi 'leoncini' che a Raqqa 'giustiziavano' dei prigionieri

Erano destinati a diventare martiri in nome di Allah, assassini in difesa del jihad. Ma il destino di 25 ragazzini, che stavano per essere trasferiti in gruppo in Pakistan per essere addestrati dai talebani alle tecniche dell’insorgenza e degli attentati suicidi, è stato diverso da quello di altri finiti nella ragnatela dei fondamentalisti islamici. Sono stati liberati e riconsegnati alle famiglie. Quattro le persone arrestate per aver tentato di trasformare le loro vite in uno strumento di morte.

Il capo della polizia della provincia nord-orientale di Ghazni, Mustafa Mayar, ha spiegato che i bambini, di età fra i sette ed i 15 anni, erano stati prelevati da famiglie nei distretti di Andar, Dahyak, Ab Band e Qaragh. La destinazione finale, ha confermato il funzionario di polizia, era Quetta (capoluogo della provincia pachistana di Baluchistan), dove dovevano addestrarsi anche a diventare kamikaze. “Era in corso nei loro confronti una sorta di lavaggio del cervello – ha infine detto Mayar – in modo da impedire loro di essere capaci di decidere autonomamente”.

Non sono solo i talebani a sequestrare o comprare dalle famiglie ragazzini da destinare al massacro, anche lo Stato Islamico e Boko Haram ha utilizzato e utilizza giovanissimi per arruolarli con la forza. Un anno fa Daesh aveva mostrato al mondo i suoi ‘leoncini’ che a Raqqa ‘giustiziavano’ dei prigionieri. I ragazzini, raccontava via Twitter il Site, sito che monitora l’attività jihadista online, erano un bambino britannico, uno egiziano, uno curdo, uno tunisino e uno uzbeko. Immortalati in tuta mimetica e pugno al cielo che stringe la pistola.

Senza dimenticare il bambino kamikaze, di 12 anni, che un anno fa si è fatto esplodere ad un ricevimento di nozze a Gaziantep, nel sud della Turchia, causando la morte di oltre 50 persone o il bambino con indosso una cintura esplosiva celata sotto la maglietta del campione di football Lionel Messi e fermato dalla polizia a Kirkuk, in Iraq, poco prima si facesse saltare in aria. Impossibile calcolare se non per difetto il numero di ragazzini yazidi – oltre 1400 secondo cifre del governo iracheno – caduti negli ultimi due anni nelle mani dell’Isis e stati sottoposti a un lavaggio del cervello.

Tutti vengono trattati esattamente come se fossero combattenti adulti, senza alcuna sorta di privilegio particolare fino alla morte che avviene o innescando l’esplosivo delle autobomba che gli sono affidate o perché uccisi in combattimento; l’alternativa è la morte causando morte in azioni suicide contro i civili o mentre fanno propaganda alle brigate di combattenti. E purtroppo, anche il gruppo jihadista nigeriano Boko Haram segue la stessa pratica. Negli ultimi anni in Nigeria i bambini rapiti sono stati più di 10.000 e vengono addestrati a diventare combattenti jihadisti in villaggi abbandonati o nelle foreste. Secondo l’Unicef, un kamikaze su 5 di Boko Haram è un bambino. Un numero che è aumentato e il 75% sono femmine.

Secondo l’organizzazione per la protezione dell’infanzia sono oltre 250mila i bambini che nel mondo vengono arruolati nelle guerre. “I conflitti dove si registrano le più ampie partecipazioni sono sicuramente all’interno del conflitto siriano, nello Yemen – dove già nello scorso anno si sono registrati mille casi di bambini reclutati come soldati – in Sud Sudan, in Centrafrica o in Myanmar si registrano quasi 10 mila bambini reclutati come soldati. Annualmente – aveva spiegato il portavoce italiano di Unicef Andrea Iacomini in occasione della Giornata Mondiale – riusciamo, dipende dalla lunghezza delle trattative, a far liberare 200-300 bambini. Vengono fatte poi delle verifiche per cercare di ricongiungerli ai familiari e quindi si passa a una fase di trattamento psicologico e a un percorso di scolarizzazione, perché questi bambini devono tornare comunque alla loro normalità”. Riuscire a liberarne 25 come accaduto in Afghanistan è davvero una buona notizia.