Mondo

Zerocalcare: è morta Ayse, la combattente di “Kobane calling” che lottava insieme ai curdi contro Isis

Il fumettista su Facebook ricorda la giovane, che dopo essere stata condannata a 104 anni di carcere dalla Turchia aveva scelto di unirsi alle milizie curde per la liberazione di Raqqa

La sua storia era stata raccontata anche dal fumettista Zerocalcare nel suo Kobane callingAyşe Deniz Karacagil, giovane turca condannata a 103 anni di carcere per le proteste a Gezi Park nel 2014, è stata uccisa in combattimento al confine tra la Turchia e la Siria. Soprannominata Cappuccio rosso, aveva deciso di unirsi ai combattenti curdi contro l’autoproclamato Stato Islamico in Siria. Il Corriere della Sera, che specifica come non ci siano conferme ufficiali della sua morte, spiega che la ragazza “si era unita allo Ypj, divisione femminile delle milizie curde, impegnata al pari degli uomini nella liberazione di Raqqa, la capitale dello Stato islamico e nella difesa della regione autonoma del Rojava“.


Nel libro di Zerocalcare, a metà tra diario e graphic journalism, il fumettista aveva ripercorso i suoi viaggi in Turchia, Iraq, Siria, raccontando un’utopia possibile nel cuore di una terra ferocemente contesa e fieramente difesa, le macerie di Kobane e un popolo intero in guerra per difendere il proprio diritto a esistere, proteggendo labili confini la cui esistenza non è sancita da nessun atlante geografico. Due storie già apparse su Internazionale più gli appunti di viaggio nel Rojava, la regione – tra le aree più calde del pianeta – che i curdi stanno cercando di trasformare in un’utopia democratica.

Nata ad Antalya nel 1993, Ayse Deniz Karacagil aveva partecipato alle proteste di Gezi Park, nella primavera 2013, ed era stata arrestata con l’accusa di “militanza in organizzazione terroristica” tra i separatisti del Pkk. Tra le prove depositate contro di lei, la “sciarpa rossa, simbolo di socialismo“. Quel ‘cappuccioi’ che porta nelle foto, diventate virali, in cui appare sorridente mentre fa il segno di ‘vittoria’ con la mano. Condannata a 103 anni di carcere, era stata scarcerata prima del verdetto dal giudice che l’aveva messa in libertà vigilata, aveva imbracciato il kalashnikov e si era unita allo Ypj, la divisione femminile delle milizie curde, impegnata nella liberazione di Raqqa dagli uomini dei Califfo al Baghdadi e nella difesa della regione autonoma del Rojava.