Mafie

Claudio Scajola, pm contestano all’ex ministro l’aggravante mafiosa: “Aiutò Matacena ma favorì ‘ndrangheta”

L’ex ministro dell’Interno è imputato per aver favorito il latitante - ed ex parlamentare di Forza Italia - nel tentativo di trasferirsi da Dubai e Beirut, in Libano. A poche settimane dal suo interrogatorio il pm Giuseppe Lombardo ha modificato il capo di imputazione contestando l’aggravante mafiosa al politico di centrodestra arrestato nel 2014

Sorridente all’entrata in tribunale, un po’ più serio pochi minuti dopo l’inizio del processo. Si è presentato così  Claudio Scajola nell’aula 12 del Tribunale di Reggio Calabria dove si è celebrata l’ennesima udienza del processo “Breakfast”. Un procedimento in cui  l’ex ministro dell’Interno è imputato per aver favorito il latitante – ed ex parlamentare di Forza ItaliaAmedeo Matacena, nel tentativo di trasferirsi da Dubai e Beirut, in Libano.

A poche settimane dall’interrogatorio di Scajola, infatti, il pm Giuseppe Lombardo ha modificato il capo di imputazione contestando l’aggravante mafiosa al politico di centrodestra arrestato nel 2014. In sostanza, Scajola avrebbe aiutato Matacena a sottrarsi ad una condanna definitiva per concorso esterno e ad occultate il suo immenso patrimonio. Nel farlo però avrebbe aiutato anche la ‘ndrangheta.

Stando al reato contestato all’ex ministro, infatti, quest’ultimo avrebbe agito “consapevolmente al fine di proteggere Matacena quale soggetto in grado di fornire un determinante e consapevole apporto causale alla ‘ndrangheta reggina, attraverso lo sfruttamento del suo rilevantissimo ruolo politico e imprenditoriale e per questa via agevolare il più ampio sistema criminale, imprenditoriale ed economico, riferibile alla predetta organizzazione di tipo mafioso, a cui favore il Matacena forniva il suo costante contributo”.

La Dda fa riferimento, in particolare, a una serie di società attraverso le quali Matacena si è aggiudicato molti appalti nella stagione del “modello Reggio” tra cui la realizzazione del tapis roulant, la ristrutturazione del lungomare, del palazzetto dello sport, la palestra dei vigili del fuoco, gli alloggi popolari e l’edificio costruito sul corso Garibaldi che ospita la nuova questura. Tutti lavori che, con il sistema dei subappalti, sono stati realizzati anche grazie a società riconducibili a famiglie di ‘ndrangheta.

Per i magistrati, “tali rapporti contrattuali – è scritto nel capo di imputazione – costituivano lo strumento per affidare parte dei lavori relativi alle opere pubbliche a soggetti direttamente o indirettamente inseriti, o comunque riferibili alla predetta organizzazione criminale di tipo mafioso, con la conseguente volontaria agevolazione del predetto sistema criminale mediante la canalizzazione a suo favore dei connessi vantaggi patrimoniali di rilevante entità”. Ecco perché il sistema criminale aveva come prerogativa quella di mantenere “inalterata la piena attività del Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile”. Ciò poteva avvenire solo grazie a una serie di relazioni di cui l’ex deputato di Forza Italia latitante a Dubai è garante “a livello locale, regionale, nazionale e internazionale”.