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Yameen Rasheed, morto di religione alle Maldive

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Avrebbe potuto trovare lavoro ovunque, era un informatico. Parlava un inglese perfetto. Ma quando gli ho chiesto perché stesse ancora alle Maldive, mi ha detto solo: “Sono nato qui. Vivo qui”. E a volte, vivendo, capita di esprimere un’opinione. Mi ha detto solo: “Quello strano, qui, non sono io”.

Il 23 aprile, Yameen Rasheed è stato ucciso con 16 coltellate. Aveva 29 anni.

Era uno dei due soli blogger laici delle Maldive. L’unico che scriveva ancora. L’altro, un paio di anni fa, è stato aggredito, e quasi decapitato. E si è trasferito all’estero. Ma quel giorno, Yameen Rasheed mi ha guardato, e mi ha detto solo: “Quello strano, qui, non sono io”.

E poi mi ha chiesto della Siria. Mi ha chiesto dell’Iraq, di Gaza. Della Libia. Mi ha chiesto di tutto. Perché era curioso, brillante. Colto. E perché tra noi quella coraggiosa, secondo lui, ero io.

Anche se alle Maldive, in realtà, l’Islam è la religione di Stato: e la costituzione riconosce la libertà di espressione, sì, ma a condizione di non esercitarla in modo incompatibile con il Corano. Solo i musulmani possono essere cittadini. Non si può avere un’altra religione, né non avere religione. L’apostasia è reato.

Un reato punito con la pena di morte. Alle Maldive, sì.

Perché oggi con internet abbiamo questa sensazione di conoscere tutto il mondo. In fondo, no?, è tutto su Google: basta cercare. E invece quanti di noi immaginerebbero mai che alle Maldive è in vigore la sharia? E una sharia come in Pakistan. Come in Arabia Saudita. Con tanto di frustate in piazza. L’alcol, il sesso: tutto quello che ai turisti è consentito, ai locali è vietato. Fuori dai resort, le Maldive sono un Paese di violenza, di eroina, di povertà. O più esattamente: di ingiustizia. Perché le Maldive hanno poco più di 300mila abitanti, e dal turismo entrano 3 miliardi di dollari l’anno: potrebbero essere come la Svizzera. Ma ai cittadini non arriva niente. Ma veramente niente. Tutto finisce a cinque, sei affaristi legati al governo.

Tutti gli altri vivono in dieci in due stanze. A Male, la capitale. Una città in cui in uno studio sulla violenza di strada, il 63 per cento degli intervistati ha ammesso di non sentirsi sicuro ad andare in giro da solo. Il 43 per cento, di non sentirsi sicuro neppure a casa propria. E i ventenni ti dicono: Tutto è meglio di questo. Anche la Siria.

Le Maldive sono il Paese non arabo con il più alto numero pro capite di foreign fighters.

Yameen Rasheed scriveva di tutto questo. Minacciato non solo costantemente, ma pubblicamente: ma la polizia neppure rispondeva alle sue telefonate. A un certo punto ha tirato fuori Syrian Dust. Perché lo firmassi. E io l’ho firmato a sguardo basso, come sempre, quando a chiederti una firma è un giornalista locale per cui sei un eroe, e invece l’eroe, tra i due, non sei tu: perché rischiamo la vita entrambi, è vero, ma intanto, per ora, è tutto diverso: intanto, per ora, a te rovesciano fango addosso. Ogni giorno. Ti logorano. Ti dicono che scrivi solo il negativo, che rovini l’immagine del tuo Paese. Che lo fai solo per soldi, per notorietà. Per narcisismo.

E comunque, non è vero niente. Perché altrimenti, no?, ti avrebbero già ucciso.

Perché se domani alle 18 presenti il tuo libro a Milano, allora, no?, non hai bisogno della scorta. Allora è tutta un’operazione commerciale. La camorra non esiste.

Perché siamo abituati a guardare il resto del mondo dall’alto in basso. Raccontavo dei giornalisti delle Maldive, tutti nel mirino, e mi sentivo dire: Ma è come il Messico. No. E’ come l’Italia, se solo ti chiami Roberto Saviano.

Probabilmente Yameen Rasheed sarebbe stato ucciso comunque. Ma quest’inverno le minacce si erano intensificate. Coincidenza: proprio dopo il mio reportage sui jihadisti. E un’inchiesta di al-Jazeera su violenza e corruzione. In realtà, non abbiamo detto niente che alle Maldive già non si sapesse: ma l’abbiamo detto al resto del mondo. Ed è iniziata la caccia a tutti quelli con cui abbiamo parlato. A tutti quelli che hanno reso possibile il nostro lavoro.

Sono una corrispondente di guerra. Ero, e sono, pronta a essere uccisa: ma non ero pronta a che qualcuno fosse ucciso al mio posto.

E per cosa, poi? Come se al resto del mondo importasse davvero delle Maldive. Il mio reportage, sì, è stato pubblicato un po’ ovunque. E allora? I lettori mi hanno domandato solo: Ma i resort non sono pericolosi, vero? Sa, perché ho già pagato l’agenzia di viaggi.

Foto tratta dal profilo Facebook di Yameen Rasheed