Donne

Debora Serracchiani, non esiste violenza di serie A e violenza di serie B

Sostiene Serracchiani che lo stupro sia un crimine odioso, e che ancora di più lo sia se compiuto da un richiedente asilo. L’esternazione della dirigente Pd, nonché governatrice della Regione Friuli-Venezia Giulia, non sta avendo enorme spazio sui media, ma rimbalza nei social, in un coro di riprovazione, a suon di post furenti che accusano la leader di un non invidiabile ambo: sessismo e razzismo nel giro di tre righe di esternazione, quasi meglio di una media considerazione leghista.

Non tutti i mali vengono per nuocere, però. Com’era accaduto la settimana scorsa, con la scelta della parola mamme per raccontare il programma del (non) nuovo capo del Pd, la silloge di Serracchiani mi pare offra uno spunto importante per ragionare sulla violenza sessuale, sulla sua percezione e, in generale, sullo stato dell’arte delle relazioni tra uomini e donne in questo paese, fuori e dentro i palazzi. Un paese, non dimentichiamolo, che annovera tra i suoi adagi più longevi e noti, nonostante il chiaro riferimento alla cultura patriarcale contadina, quello di donne e buoi dei paesi tuoiSecondo questa visione, quindi, le donne (native) sono un bene inviolabile quando sono identificate come appartenenti al gruppo (maschile) dominante. Le altre, le migranti, sono violabili perché estranee: carne da monta, per lo più (da parte di uomini di destra come di sinistra) o avvezze al lavoro di cura che non si può, o non si vuole più fare in rapporto all’infanzia o la vecchiaia.

Questa divisione netta tra donne alfa e donne beta è corollario di quella primaria tra uomini alfa e uomini beta. Infatti, come sottolinea bene un passaggio del video del gruppo attivista indiano AIB It’s your fault, se tuo marito ti stupra la violenza non c’è. E poi non dimentichiamo che bisogna valutare se la donna se la sia cercata, la violenza: ha provocato con il vestiario, era ubriaca, aveva bisogno di una lezione che la rimettesse al suo posto. Giustificazioni, ribadisco, trasversali in ogni cultura, visione religiosa e posizionamento politico.

In Italia (che non è l’India) è stato (ed è) assai faticoso, a causa dell’altro adagio popolare tra moglie e marito non mettere il dito, affermare che la violenza è violenza sempre, dentro e fuori le mura domestiche, e a prescindere da chi sia l’uomo. Perché, allora, stupirsi se una leader del partito a sinistra di maggioranza rimarchi un’aggravante dello stupro, se compiuto da un uomo beta?

In modo atrocemente speculare, nel recente caso delle violenze di branco a Colonia per il Capodanno, sui social serpeggiarono attenuanti ‘antirazziste’ nei confronti degli aggressori: sono giovani, senza le (loro) donne, molti non sono abituati a tutta quella carne in evidenza che noi femmine occidentali esibiamo. Il risultato di tanto ‘antirazzismo’ fu un clamoroso autogol sessista e relativista, perfino colpevolizzante dell’eccesso, in questo caso, di quella libertà femminile tanto preziosa quanto fragile.

Trovo assai interessante che Serracchiani tocchi il nodo della fiducia tradita rispetto a un diritto concesso: il richiedente asilo non è percepito, nel suo discorso, come un essere umano intero che ha diritti in quanto essere umano. È un essere umano beta (come lo sono le donne, talvolta) che deve essere grato per la concessione di un diritto che in tutta evidenza qualcuno possiede, e quindi decide se e a chi concedere. Di questa visione del diritto come concessione ci parla da decenni la partigiana ex senatrice femminista Lidia Menapace, raccontando non della difficoltà della destra, ma della furiosa opposizione a sinistra (all’epoca, dei compagni del Pci e del Psi) durante la Resistenza, verso il voto alle donne.

Tutto questo per dire che fino a quando non sarà scontato che l’inviolabilità del corpo delle donne è un diritto universale e non negoziabile, e che la violenza sulle donne è un reato senza attenuanti, sempre e comunque, continueremo ad assistere a scivolamenti semantici assai creativi (e relativisti) sull’argomento. Il problema è che in Italia, a differenza di molti paesi europei non c’è una formazione capillare al rispetto e alla relazione antisessista tra i generi: fatica nelle scuole nazionali, figuriamoci per i richiedenti asilo.