Cronaca

Caporalato, bracciante morì dopo ore di lavoro sotto tendone rovente: sei arresti in Puglia. “30 euro per 12 ore nei campi”

Le sei persone raggiunte dall'ordinanza di custodia in carceri sono accusate di reati riconducibili al fenomeno del caporalato. I provvedimenti sono stati emessi dalla Procura di Trani in un filone di indagine aperto dopo la morte di Paola Clemente, avvenuta nelle campagne di Andria il 13 luglio 2015. Una bracciante racconta: "Accettiamo perché il lavoro qui non c'è e perderlo è una tragedia"

Sei persone sono finite in manette ad Andria con l’accusa di aver commesso reati riconducibili al fenomeno del caporalato. I provvedimenti sono un effetto delle indagini avviate dalla Procura di Trani all’indomani della morte della bracciante Paola Clemente. Il 13 luglio 2015 la donna, 49enne di San Giorgio Jonico (Taranto), fu colpita da un malore dopo due ore di lavoro sotto un tendone rovente. Stava compiendo l’acinellatura dell’uva, un’operazione che consiste nel togliere i chicchi più piccoli dai grappoli. La bracciante accusava dolori al collo già da un paio di giorni, ma non ci diede molta importanza. Dopo le denunce del marito sulle condizioni di lavoro, fu aperta un’inchiesta.

Ad uccidere Paola Clemente fu la sua cardiopatia. L’autopsia e gli esami tossicologici, eseguiti rispettivamente dal medico legale Alessandro Dell’Erba e dal tossicologo Roberto Gagliano Candela, svelarono che la donna era affetta da una “sindrome coronarica acuta in paziente affetta da riferita ipertensione (in trattamento) e da riferita familiarità per cardiopatia”. Ma gli arresti di questi giorni scaturiscono dal filone di indagine sulle agenzie interinali, che assumono le braccianti per conto delle aziende. Il marito riferì, anche pubblicamente e ai giornalisti, del misero guadagno della moglie, pochi euro l’ora, per molte ore di lavoro al giorno.

Le braccianti sfruttate nei campi – secondo la Procura di Trani – percepivano ogni giorno 30 euro per essere al servizio dei ‘caporali’ per 12 ore: dalle 3.30 del mattino, quando si ritrovavano per percorrere in furgone 300 chilometri ed essere portate nei campi, fino alle 15.30, quando ritornavano a casa dopo essere state al lavoro tra Taranto, Brindisi e Andria. Il loro compenso, in base ai contratti di lavori, avrebbe dovuto essere di 86 euro, circa tre volte di più. Ovviamente nelle buste paga non solo non venivano calcolati – secondo le indagini della Guardia di Finanza e della Polizia – tutte le giornate di lavoro effettive, ma neppure gli straordinari. In soli tre mesi l’agenzia interinale che aveva reclutato le braccianti ha così evaso 48mila euro di contributi.

Il provvedimento restrittivo, disposto dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Trani Angela Schiralli, su richiesta della Procura, è l’epilogo di una inchiesta che ha permesso di accertare come un’apparente e lecita fornitura di braccianti agricoli mediante agenzie di lavoro interinali mascherasse, in realtà, una vera e propria forma di moderno ‘caporalato’. Non è stato semplice superare “il muro di omertà frapposto dalla grandissima maggioranza delle braccianti agricole”, raccontano gli inquirenti, e ricostruire così “la morsa in cui era intrappolata anche Paola Clemente”, definita “una vittima di tale meccanismo”.

Omertà che secondo la Procura è rafforzata dalla realtà socio-economica tarantina in cui vivevano le braccianti vittime dei caporali, come emerge dalla confessione di una di loro. Una volta sul pullman, nel momento in cui venivano distribuite le buste paga, “alcune donne – dice a verbale la testimone – si sono lamentate dei giorni mancanti, G. ha detto che noi lo sapevamo, quindi, non dovevamo lamentarci. Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro, anche io adesso ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho un mutuo da pagare, mio marito lavora da poco, mentre prima stava in Cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e perderlo è una tragedia. Quindi, se molte di noi hanno paura di parlare è comprensibile”.

“Il caporalato è sempre esistito, ci sono forme nuove che sono quelle delle agenzie interinali che si sono sostituite ai caporali”, spiega il segretario generale della Cgil provinciale, Giuseppe De Leonardi. “Il caporalato – aggiunge – è fortemente presente e si alimenta di un sistema in cui non c’è alcun incontro tra domanda e offerta di lavoro e, quindi, i lavoratori sono vittime e obbligati, perché se vogliono lavorare devono accettare condizioni di ricatto“. “Se la gente per lavorare – conclude – deve ricorrere al caporale è chiaro che non ha fiducia nello Stato. La legislazione negli ultimi anni è sempre stata permissiva, ha legittimato questi strumenti”.