Politica

Renzi: “Minoranza ha diritto di sconfiggermi, non di eliminarmi”. Poi dice: “Non sarò in direzione, vado negli Usa”

Il segretario uscente attacca la minoranza interna del suo partito: "Se è vero che la parola scissione è una delle più brutte del vocabolario politico, ancora più brutta è la parola ricatto". Diserta l'appuntamento di oggi e vola in California: critiche dalla minoranza dem

“Non sarò in direzione, vado negli Stati Uniti per qualche giorno”. L’unica vera notizia nella sua Enews numero 460 Matteo Renzi la infila nel mezzo: il segretario uscente diserta l’appuntamento odierno al Nazareno, dove verranno decisi tempi e modalità del congresso, quindi del futuro del Partito democratico. Una mossa che non è piaciuta ai suoi detrattori. “Ha perso un’occasione di dialogo e confronto” ha attaccato il deputato Francesco Boccia, vicino alle posizioni di Michele Emiliano. Che – ed è la seconda notizia vera di giornata – ha sciolto le riserve: non lascerà il Pd, resterà e si candiderà al congresso per sfidare l’ex premier. Anche per questo motivo, il governatore pugliese parteciperà alla direzione di oggi, dove arriverà da protagonista anche per le contemporanee assenze dei bersaniani e del governatore della Toscana Enrico Rossi. E, come detto, di Renzi. Che è già in campagna elettorale.

Scissione? No, ricatto. Sconfitta? No, eliminazione. Nella Enews parla di ciò che è successo negli ultimi mesi, ma soprattutto traccia la strada da seguire nelle prossime settimane. E nelle prossime ore. E’ lui stesso ad annunciare che non prenderà parte alla direzione di oggi: preferisce partire per la California. “E mentre gli organismi statutari decidono le regole del Congresso, io sono in partenza per qualche giorno per gli Stati Uniti” annuncia, trasformando di fatto l’appuntamento odierno in poco più di una tappa formale nell’iter per l’elezione del nuovo segretario.

Ma, se scissione sarà, Renzi non si farà trovare impreparato. E nella Enews fa capire chiaramente come si sta muovendo. Quindi l’appuntamento al Lingotto di Torino dal 10 al 12 marzo, quindi il suo ritorno in tv, quindi le nuove iniziative comunicative. Al centro, però, resta sempre il Pd: passato, presente e futuro. A partire dalla scissione di una parte del partito, per cui Renzi non spende parole di distensione. “Per settimane intere gli amici della minoranza mi hanno chiesto di anticipare il congresso, con petizioni online e raccolte firme – scrive l’ex premier – arrivando persino al punto di minacciare ‘le carte bollate’. Quando finalmente abbiamo accolto questa proposta, ci è stata fatta una richiesta inaccettabile: si sarebbe evitata la scissione se solo io avessi rinunciato a candidarmi – spiega – Penso che la minoranza abbia il diritto di sconfiggermi, non di eliminarmi. E se è vero che la parola scissione è una delle più brutte del vocabolario politico, ancora più brutta è la parola ricatto”.

Un attacco su tutta la linea quello di Renzi, che poi ricorda come quale sarà lo spirito del prossimo congresso, “indetto secondo le regole e i tempi dello Statuto“: “Chi ha idee si candidi. E vinca il migliore. Se qualcuno vuole lasciare la nostra comunità, questa scelta ci addolora, ma la nostra parola d’ordine rimane quella: venite, non andatevene”. “Il nostro dibattito deve essere autentico. Il Pd ha la sua forza nella partecipazione, sia nei circoli che alle primarie – continua il segretario dimissionario – Personalmente ho giurato a me stesso che non sarò mai il leader di qualche caminetto, messo lì da un accordo tra correnti: si vince prendendo i voti, non mettendo i veti”. L’ex sindaco di Firenze, tuttavia, a sua volta mette dei paletti: “Tuttavia è bene essere chiari: non possiamo bloccare ancora la discussione del partito e soprattutto del Paese – spiega – È tempo di rimettersi in cammino. Tutti insieme, spero, ma in cammino. Non immobili. Il destino del Pd e del Paese è più importante del destino dei singoli leader“. Quest’ultima, soprattutto, è un’accusa ‘mutuata’ dagli attacchi di Bersani nei suoi confronti.

Renzi non lo dice e traccia la strada, sua e del Partito di cui è segretario, seppure uscente. “Per vincere il congresso però non basta arrivare primi. Bisogna vincere nel consenso, certo, ma anche vincere esprimendo idee, sogni, partecipazione”. Poi parte da una domanda retorica per montare la sua idea di cambiamento, con tanto di calendario degli appuntamenti già in fase avanzata: “Il dibattito del Pd vi ha stancato? Bene, aiutateci a ribaltarlo – dice Renzi – Aiutateci a mettere a fuoco i problemi e le soluzioni vere del Paese. Mettiamo al centro l’Italia, sul serio”. Poi l’appello ai sostenitori: “Per questo dal 10 al 12 marzo ci vedremo a Torino, al Lingotto. Abbiamo già ricevuto oltre mille email di idee, suggerimenti, proposte. Vi sono grato per questa esplosione di entusiasmo – sottolinea – Segno che c’è tanta voglia di partecipare, di proporre, di rilanciare. Il Lingotto sarà l’occasione per mettersi definitivamente alle spalle le polemiche di queste ore – promette – E per raccontare che tipo di Paese vogliamo per i prossimi anni. Intanto vi ricordo l’email: lingotto@matteorenzi.it per darci una mano”.

L’appuntamento del Lingotto, tuttavia, non sarà l’unica tappa del suo avvicinamento alle primarie del partito, che Renzi comunque vorrebbe fissare nella prima metà di maggio. “Nei prossimi giorni, con calma e minore intensità rispetto al passato, tornerò anche a partecipare a trasmissioni televisive – annuncia – E riprenderemo i dialoghi su Facebook, inaugurando un modello diverso. Dopo aver più volte lanciato il ‘MatteoRisponde‘, daremo spazio dalla prossima settimana a qualche ‘MatteoDomanda’, mettendoci in ascolto delle idee e delle proposte di chi vorrà farsi sentire – sottolinea Renzi – Ascolto, partecipazione, coinvolgimento: queste le parole chiave del lavoro che faremo durante la campagna congressuale”.

Che, per quanto riguarda l’ex Rottamatore, sarà anticipata da un viaggio di lavoro negli Stati Uniti: “Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California – aggiunge – dove incontreremo alcune realtà molto interessanti. Soprattutto nel campo del fotovoltaico – specifica – un settore dove si incrociano innovazione, sviluppo e ambiente. Priorità: imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell’innovazione. Il mondo, là fuori, corre e corre a un ritmo impressionante”.

Non poteva mancare un riferimento al referendum del 4 dicembre e alla debacle della linea renziana. “Dopo il 4 dicembre l’Italia sembra aver rimesso indietro le lancette della politica” scrive Renzi, che poi in un inciso precisa che si riferisce a “proporzionale, scissioni in tutti i partiti, polemiche, palude: prima o poi qualcuno rifletterà sulle conseguenze politiche del voto referendario, non solo su quelle personali che sono decisamente meno importanti”. “Continuo a pensare che l’Italia abbia tutto per farcela e che ciò che ci serve sia soprattutto l’energia di rischiare e la volontà di sfidare il cambiamento senza vivere di rendita. Non rassegnamoci amici, non rassegnamoci alla palude” aggiunge, prima di riservare un’accusa diretta alla minoranza interna del Partito democratico.

“Facciamola semplice, senza troppi giri di parole. Dal primo giorno della vittoria alle primarie del 2013 alcuni amici e compagni di strada hanno espresso dubbi, riserve, critiche sulla gestione del partito e soprattutto alla gestione del Governo – sottolinea – Penso che sia legittimo e doveroso in un partito democratico, di nome e di fatto, che chi ha idee diverse possa presentarle in un confronto interno, civile e pacato. Vinca il migliore e poi chi vince ha il diritto di essere aiutato anche dagli altri: si chiama democrazia interna“. Nella Enews Matteo Renzi sottolinea anche che “l’alternativa è il modello partito-azienda. E sia detto con il massimo rispetto: a me non convince. Certo, è più facile essere guidati da un capo che decide da solo”. “Dall’altra parte – continua – accade che da vent’anni in una villa in Brianza si prendono le decisioni che riguardano la destra in Italia, senza la fatica di fare congressi o discussioni vere”. Ormai, dice ancora, “si è affermato il modello del partito azienda e capisco di conseguenza che noi democratici sembriamo quelli strani. Un’azienda è più semplice da gestire rispetto a un partito. Ma credo sia giusto difendere i principi della democrazia interna, l’idea di far parte di una comunità di persone che decide sulla base di regole condivise. Che sono sempre quelle, non cambiano sulla base delle esigenze”.