Politica

Populisti e bugie, pasti gratis per tutti!

Da molte parti si sono sprecate le analisi sui motivi del successo delle forze così dette populiste: Brexit, Trump, Le Pen, Salvini, Grillo. L’ottusità dei vari governi, nei vari paesi, a comprendere i disagi sociali amplificati da una delle più lunghe crisi economiche della storia è stata indicata come il fattore comune alle diverse realtà, unitamente alle problematiche legate ai fenomeni migratori.

Che i problemi esistano e siano tangibili e grandi è un dato di fatto, come lo è la carenza di risposte efficaci e immediate da parte dei governi, tuttavia il principio del “questi hanno fallito, proviamone altri” che tipicamente anima l’elettorato prescinde dall’analisi dei problemi e delle loro possibili soluzioni. Nell’era della comunicazione e della superficialità di messaggi e letture degli stessi, chi le soluzioni deve mettetele in atto parte con un handicap nei confronti di chi può limitarsi a ipotizzarne e chi ha una visione a lungo termine è regolarmente bruciato, nella popolarità, da chi prospetta panacee immediate. Se a questo si aggiunge che i difetti dei rimedi tentati dai governi sono tangibili e che invece i vantaggi delle promesse di chi si oppone non sono ancora stati provati o smentiti dai fatti, il gioco è completamente impari.

I tempi nei quali un Churchill otteneva la fiducia del Parlamento promettendo sangue, fatica, lacrime e sudore sono trascorsi per sempre e le forze politiche si sono abituate ad affabulare l’elettorato con promesse di dubbia attuazione e proposte a immediato sollievo ma con ricadute negative nel tempo. Questo risponde al desiderio comune di massimo risultato con il minimo sforzo, che si è anche acuito mano a mano che ci si è abituati a condizioni di vita più facili e le forze così dette populiste brillano più degli altri per la capacità di soddisfare questa brama di rassicurazione con promesse di pasti gratis per tutti condite con un po’ di sano odio nei confronti di chi sarebbe (nella vulgata) responsabile primo e unico del dissesto.

Tuttavia chi ha avuto un po’ di pratica di gestione di problemi complessi sa per esperienza che le soluzioni sono laboriose e impegnative e che i benefici sono sempre a medio lungo termine, mentre i sacrifici per ottenerli sono immediati. L’esserne consapevoli è un presupposto indispensabile per affrontare qualsiasi situazione complicata, se l’intento reale è quello di comprenderla prima e affrontarla poi e non quello di girarci intorno.

L’elenco di grossi problemi per i quali vengono suggerite soluzioni indolori è particolarmente lungo nella nostra Italia e la gara a chi spara la soluzione più facile, ancorché irrealistica, è molto partecipata.

A fronte di un debito pubblico astronomico maturato prevalentemente nel secolo scorso e per rimuovere le cui ragioni arcinote bisognerebbe ristrutturare radicalmente lo Stato, inclusi gli usi e costumi dei cittadini tutti, basta promettere un’uscita dall’Euro che secondo il ciarlatano di turno ci trasformerebbe di colpo nell’Eldorado. Sacrifici? No. La necessità di essere produttivamente efficienti e flessibili? Neppure. Il ritorno alla liretta ci renderebbe di colpo competitivi continuando anche a garantirci i finanziamenti internazionali indispensabili. E poco vale spiegare che il debitone ce lo siamo accumulato soprattutto quando l’euro manco esisteva e che l’uscita dall’euro comporterebbe un esborso insostenibile e la svalutazione quasi istantanea dei risparmi.

E che dire della demografia che rema contro la distribuzione dei docenti? Prendere atto che il rapporto docenti/studenti è l’unico fattore che può determinare gli organici e la loro distribuzione territoriale è cosa dura da digerire e, escludendo lo spostamento coatto degli studenti nelle aree a maggiore densità di docenti, comporta le sole spiacevoli alternative di fare un altro mestiere oppure spostarsi; quindi evitiamo di guardare in faccia il problema e lasciamoci illudere dalle terre promesse dai sindacati: tutti di ruolo accanto a casa, a costo di avere classi con più insegnanti che alunni fino a esaurimento totale del bilancio dello Stato.

Vogliamo poi parlare del mondo del lavoro e del fatto che solo una crescita economica significativa può compensare il fisiologico decremento dell’occupazione implacabilmente attuato dallo sviluppo delle tecnologie di automazione? Meglio di no, perché questo implicherebbe la presa d’atto che occorrerà un difficile piano a lungo termine di diversa qualificazione di mano d’opera e lavoro intellettuale e che nel frattempo i profili a bassa qualifica se la vedranno brutta e dovranno lottare al ribasso per i sempre minori posti disponibili. Meglio allora i rassicuranti (ma mendaci) messaggi sulla conservazione dei posti di lavoro a prescindere e su redditi di cittadinanza che visibilmente non ci potremo permettere nello stato attuale della nostra economia. Oppure i folli programmi di decrescita “felice” che promettono un idilliaco mondo quasi rurale, tanto inattuabile quanto foriero di disgrazia in termini di occupazione.

E si potrebbe continuare con l’illusione che il sistema pensionistico possa stare in piedi mentre garantisce prestazioni superiori ai contributi versati o con l’idea che i flussi migratori si possano frenare con qualche motovedetta in più schierata davanti all’Africa; oppure con la negazione dello studio e del sacrificio come strumenti per elevarsi, disciplinarsi e crescere anche socialmente; più facile sentirsi proporre (e pretendere) un sussidio che, prescindendo dal fatto che dovrebbe essere sistematicamente finanziato da chi si è sacrificato e produce reddito, è semplicemente insostenibile dalle nostre finanze, a meno di non alzare ulteriormente le tasse uccidendo definitivamente ogni velleità residua di imprenditoria e meritocrazia.

Ogni giorno non solo la Commissione europea, ma il mondo tutto, attraverso la pressione sul finanziamento al nostro debito, ci invia il messaggio inequivocabile che senza cambiamenti radicali (sangue, fatica, lacrime e sudore, appunto) ci aspetta un triste destino; ma, come Pinocchio, l’ascolto va piuttosto a Lucignolo che racconta del paese del bengodi dove si gioca tutto il giorno e i pasti sono abbondanti e gratis. Peccato però che potrebbero causare lunghi e pesantissimi digiuni in un futuro neppure remoto.