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Trump, è Bannon il “vero presidente”: il razzista che ha scritto il bando anti-Islam e ora siederà nel Consiglio di Sicurezza

Già chief strategist alla Casa Bianca, ora il fondatore di "Breitbart News" è entrato nel "National Security Council" come membro permanente. La “bannonizzazione” dell'amministrazione Usa comincia a preoccupare i repubblicani, anche se prima delle elezioni nessuno dell’establishment avrebbe mai pensato di rivolgere la parola a un personaggio accusato di antisemitismo, razzismo anti islamico, sessismo, appoggio ai peggiori movimenti nazisti e suprematisti bianchi

Chi è il vero presidente degli Stati Uniti? Secondo alcuni, sempre più numerosi a Washington, è Steven Bannon. Il creatore del sito di riferimento dell’alt-right, Breitbart News, già a capo della campagna di Donald Trump, ora suo chief strategist alla Casa Bianca, ha nelle ultime ore incassato un’altra carica importante. E’ entrato nel National Security Council, l’organo del governo federale che coordina le questioni della sicurezza nazionale. Da lì potrà influenzare, dall’estrema destra, le politiche internazionali degli Stati Uniti.

Nelle ore immediatamente successive alla promulgazione degli ordini esecutivi sull’immigrazione, l’hashtag più seguito su Twitter, è stato proprio #StopPresidentBannon. Bannon è infatti la persona che, insieme a Stephen Miller, ha materialmente scritto le misure sul bando agli immigrati dai sette Paesi musulmani. La coppia Bannon/Miller appare d’altra parte la vera sponda ideologica e il braccio armato di Trump. Miller, lo ricordiamo, è un trentunenne cresciuto in una famiglia di ebrei liberal di Santa Monica, convertitosi a un feroce conservatorismo, diventato amico del suprematista bianco Richard Spencer; è stato Miller a scrivere gran parte dei discorsi della campagna elettorale di Trump, compreso quello dell’inaugurazione con il riferimento alla “carneficina americana”.

Rispetto a Miller, Bannon ha però dalla sua l’età e la lunga esperienza; ciò che lo rende il collaboratore più ascoltato da Trump. Il presidente lo ha del resto salvato da un triste destino. Prima dell’ultima campagna, nessuno dell’establishment di Washington avrebbe mai pensato di rivolgere la parola a uno come Bannon, accusato di antisemitismo (non voleva che le figlie frequentassero una scuola con ragazze ebree), razzismo anti islamico (il suo sito, Breitbart News, si è inventato che una folla di oltre un migliaio di musulmani ha messo a ferro e fuoco la notte di Capodanno Dortmund), sessismo (ha definito le donne liberal “un branco di lesbiche che escono dai college delle suore”), appoggio ai peggiori movimenti nazisti e suprematisti bianchi.

Conosciuto per il carattere esplosivo e la retorica smodata (recentemente, al New York Times, ha detto che “i media devono chiudere la bocca e ascoltare”), Bannon è molto meno rozzo di quanto si sia spesso detto. Ha servito nella marina e ha lavorato a Goldman Sachs; esperienze che hanno nutrito la sua visione di un capitalismo radicale, senza regole, imbevuto di suprematismo razziale e militare. E’ un avido lettore di storia, cita Shakespeare, Plutarco, Platone, ha in Ronald Reagan il suo punto di riferimento politico. Lui stesso ha sintetizzato il suo programma politico in due punti fondalmentali; fare fuori, negli Stati Uniti, “una classe politica corrotta che depreda la working class americana”; far esplodere “la guerra contro il fascismo islamico” da parte dell’Occidente giudaico-cristiano. Soprattutto la retorica anti-federale ha trovato in Bannon un entusiasta sostenitore; ha detto, una volta, di essere “leninista”: “Lenin voleva distruggere lo Stato e quello è il mio obiettivo. Voglio far crollare tutto e distruggere tutto l’establishment”.

Trump è insomma la voce che, nel team di Trump, ha catalizzato le spinte populiste e reazionarie presenti negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali, e gli ha dato la forza di un programma politico. Trump lo ama perché Bannon è stato l’unico nel suo stesso staff a non dubitare mai, nemmeno per un istante, che il magnate repubblicano avrebbe vinto. La storia delle presidenziali 2016 gli ha dato ragione e ora Trump lo ricompensa prima con il ruolo di chief strategist – sostanzialmente l’ideologo della Casa Bianca – e quindi con quello ben più influente, soprattutto a livello internazionale, di membro del National Security Council. Bannon non è del resto tipo da tirarsi indietro. Ha ispirato e scritto personalmente alcuni degli ordini esecutivi degli ultimi giorni; sicuramente quello sul commercio, insieme a quelli sull’immigrazione. E, per rendere il suo potere ancora più solido e ramificato, sta piazzando suoi uomini in molti posti chiave della nuova amministrazione. Tra i nuovi assunti, per esempio, ci sono due ex impiegati di Breitbart News: Julia Hahn, che si occupa di immigrazione; e Sebastian Gorka, esperto di sicurezza nazionale.

La “bannonizzazione” della Casa Bianca non è sfuggita a molti e comincia a preoccupare seriamente. Il sito The Hill ha citato funzionari del governo che si lamentano di come gli ordini esecutivi sull’immigrazione sono stati scritti e comunicati. Bannon non avrebbe, appunto, parlato con nessuno nel governo americano e questo spiega molto sulla confusione, sui dubbi di applicazione e sulla parziale marcia indietro su alcune clausole. Ma ora preoccupa, soprattutto, l’ascesa di Bannon al National Security Council, di cui diventa un membro permanente.

I dubbi e le preoccupazioni sono state espresse in modo chiarissimo da un senatore repubblicano come John McCain, rimasto uno dei pochi nel suo partito a mettere qualche argine a Trump e ai suoi. In un’intervista a CBS, McCain ha detto di non capire più “chi è dentro e chi è fuori dal National Security Council”. Il riferimento è al fatto che, mentre Bannon diventa membro permanente, Joseph Dunford, il chairman del Joint Chiefs of Staff, il militare più importante degli Stati Uniti, consigliere diretto del presidente, diventa un membro facoltativo. Insomma, l’azione di centralizzazione delle funzioni nelle mani di Bannon è a buon punto: dopo essersi impossessato del controllo ideologico della politica interna, sta per allargarsi alle questioni internazionali e della sicurezza.

Quest’ultima area è d’altra parte centrale nella visione di Bannon, che crede in un movimento di populismi autoritari e nazionalisti che dagli Stati Uniti si allarga alla Russia di Putin, alla Turchia di Erdogan, coinvolgendo anche l’Europa e distruggendo il disegno dell’Europa unita. Non è un caso che Bannon e i suoi guardino sempre di più al Vecchio Continente. Con gli uffici aperti a Londra nel 2014, Breitbart ha appoggiato la campagna di Ukip per lasciare l’Unione Europea. Altri uffici verranno aperti nelle prossime settimane in Francia e in Germania, dove Bannon pensa ci sia un’opinione pubblica cui destinare la sua miscela esplosiva di odio per le élites politiche ed economiche, sentimenti anti-immigrazione e fake news.