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Usa, le molte ombre della presidenza Obama

A poche ore dal farewell speech di Barack Obama, in un’intervista a El Mundo il celebre scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, rispondendo a una domanda sul terrorismo islamico, ha affermato: “Vincerà. Li sconfiggeranno in Iraq e Siria, ma alla fine vinceranno, perché sono giovani, hanno fame, hanno un rancore storico accumulato e assolutamente comprensibile, hanno conti da regolare, sono disperati, hanno i coglioni e sono demograficamente forti. Al contrario l’Europa e l’Occidente sono vecchi, codardi, deboli e non hanno il coraggio di difendersi. Quando ci sono lupi e pecore non c’è dubbio su chi vincerà. Questo è il risultato della nostra passività, della nostra abitudine alle comodità, della nostra demagogia. Loro non hanno ostacoli. Come ha detto uno dei loro imam, ‘useremo la vostra democrazia per distruggere la vostra democrazia’. È tutto molto chiaro, l’Europa è vecchia e indifesa”.

Se l’argomento non fosse così serio, si potrebbe rispondere a Pérez-Reverte che allora basterà lanciare sull’Isis non tanto bombe, ma televisori, X-Box, abbonamenti alla pay TV: rammollirli sarà un attimo. In verità, il discorso dello scrittore spagnolo rispolvera, quasi sine glossa, le tetre interpretazioni degli ideologi di George W. Bush, i famigerati neoconservatori. Questo gruppo di intellettuali, per lo più ex trotzkisti, di cui Thomas Friedman ha detto “potrei darle il nome di venticinque persone (che in questo momento lavorano tutte in un raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se un anno e mezzo fa fossero state esiliate su un’isola deserta, la guerra in Iraq non sarebbe mai avvenuta”, avevano sostenuto che gli europei vengono da Venere, mentre gli statunitensi da Marte. Robert Kagan, influente neocon, nel 2003 – alle soglie della guerra in Iraq scatenata con le fialette-bufala di Colin Powell e Tony Blair (criminali di diritto internazionali rimasti impuniti) – ci diceva in sostanza che gli europei pensavano di vivere in un mondo ‘kantiano’, pacificato: diritti e democrazia, pazienza e mediazione; mentre gli statunitensi si facevano carico per tutti della durezza del mondo, della necessità della violenza. Daniel Pipes affermava: “Gli americani tendono a liquidare gli europei come pacificatori utopisti, gli europei dipingono gli americani come cowboy influenzati dalla cultura della morte”.

Oggi, a pochi giorni dall’insediamento di un nuovo presidente degli Stati Uniti che ha ampiamente sfoderato toni non certo concilianti, Pérez-Reverte ci ripropone quelle idee, quella retorica che all’epoca aveva entusiastici sostenitori nei neo-teo-con italiani (Il Foglio, per esempio). Ma pare estenderle all’intero Occidente, America compresa. Forse Pérez-Reverte considera Obama un molle, europeizzato alla causa dei diritti e della democrazia (questo inutile orpello buono solo per giustificare guerre di ‘esportazione’). Può darsi che il commander in chief uscente della più grande potenza militare del mondo abbia dato di sé un’immagine più morbida, complice un Nobel per la Pace del tutto immeritato e conferito a inizio mandato.

Eppure anche Obama ha fatto la propria parte nel riaffermare il ruolo muscolare degli States: dall’uccisione illegittima di Osama Bin Laden ai droni (tristemente noti come ‘mietitori’ e ‘predatori’ di Obama) che, per detta dello stesso presidente uscente, hanno ucciso indiscriminatamente civili (heartbreaking tragedies, le ha chiamate: tragedie che spezzano il cuore), nonché comminato pene capitali a presunti terroristi senza alcun regolare processo, anzi perpetrando targeted killings illegali secondo il diritto internazionale. E non bastano le tirate dell’élite liberal di Hollywood contro Trump a nascondere questo dato.

La cronaca delle ultime ore ci consegna la conferma dell’uccisione, avvenuta in novembre, di 33 civili a Kunduz da parte delle forze statunitensi, ma contro questo ennesimo scempio non si è elevata la voce suadente di Meryl Streep, fervente sostenitrice dell’ex Segretario di Stato di Obama, Hillary Clinton, la quale ha entusiasticamente diretto da protagonista la controversa politica estera del proprio presidente. A raccogliere il testimone, l’odiatissimo Donald-The Donald-Trump, inviso all’establishment progressista, che gli riserva la reductio ad Hitlerum: novello Führer in degli Stati Uniti descritti come Weimar. Cosa farà questo egotico sbruffone non si sa, ma la preoccupazione è alta. Certo l’eredità di Obama ha molte ombre, nonostante il favore della stampa mondiale. Un lascito amaro, quello del presidente più cool dai tempi di Kennedy.