Politica

Immigrazione, l’eredità di Alfano. Hotspot in mare e rimpatri, annunci e promesse mancate (non solo per colpa sua)

Ha resistito tre anni al Viminale. Adesso è stato promosso agli Esteri. Ma durante la permanenza al ministero dell'Interno sono stati tanti gli annunci e le proposte poi cadute nel vuoto. E' vero, però, che il leader Ncd spesso ha dovuto fare i conti con la mancanza di una politica chiara da parte dell'Europa. Ecco la cronologia 2016

Tre anni: 2013-2016. Tanto è durata l’età di Angelino Alfano al Viminale. Nominato da Enrico Letta per sostituire Annamaria Cancellieri, Alfano resiste ai colpi dell’affaire Shalabayeva, all’”Enrico stai sereno” di Renzi, alle inchieste sugli stipendi d’oro del fratello Alessandro. Con le elezioni che si avvicinano, però, preferisce accomodarsi alla Farnesina. Il dossier immigrazione, infatti, scotta. Al successore Marco Minniti lascia in eredità un sistema d’accoglienza ancora pieno di falle, qualche gaffe e tante promesse. Alcune delle quali impossibili da realizzare per lo stallo dell’Unione europea. Nel 2016, a causa dell’intensificarsi della guerra civile siriana e di quella libica, siamo vicini ai 180mila sbrachi, (nel 2014, anno record, erano stati 10mila in meno) e 176mila persone accolte in strutture (di cui 136mila in strutture “temporanee”). Il dato più eclatante riguarda i minori stranieri non accompagnati: sono 25mila, il doppio dello scorso anno. Di seguito un elenco (parziale) di tutte le promesse non mantenute o le proposte cadute nel vuoto dell’ex ministro dell’Interno.

11 gennaio 2016: “Il reato di immigrazione clandestina fu un tentativo di dissuasione. Non funzionò ma non va abolito”
Il 2016 del ministro comincia così. Mentre l’Associazione nazionale magistrati aveva definito “inutile e dannoso”, lui lo vuole conservare. “La clandestinità – spiegava il presidente dell’Anm Sabella – è una contravvenzione punita con l’ammenda: e mai nessun straniero rinuncerà ad entrare illegalmente davanti a una sanzione pecuniaria che non è in grado di pagare e che lo Stato non è in grado di riscuotere”. Depenalizzarlo, però, per il ministro sarebbe “un messaggio negativo”. A fine 2016, “il reato è di fatto inapplicato”, spiega l’avvocato dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) Guido Savio. A Torino “è da quattro anni che non c’è un processo”. A conferma della sua inutilità.

21 aprile: “Bene accordo UE-Turchia. Facciamo lo stesso con la Libia”
Non sempre in Europa Alfano va forte. Insieme al governo, a Bruxelles, propone più volte di coinvolgere anche la Libia, Paese da cui partono i gommoni carichi di migranti destinati all’Italia, in un accordo stile Turchia. Solo che a Tripoli non c’è un governo stabile e l’accordo bilaterale ancora non c’è. La via “alternativa” esiste: ora l’Italia addestra la Guardia costiera libica, accusata di aver aperto il fuoco, in diverse occasioni, sui barconi dei migranti e su chi li salvava.

18 maggio: “Apriremo hotspot galleggianti”
La Commissione europea aveva da poco introdotto gli hotspot, le nuove strutture di identificazione gestite da forze dell’ordine italiane, insieme ad alcune agenzie europee come Europol, Easo (Agenzia per il diritto d’asilo), Frontex ed Eurojust. Il ministro Alfano rilancia l’idea del sistema “galleggiante”, un suo vecchio cruccio: “Consentirà di fare le operazioni di identificazione direttamente a bordo, senza far fuggire nessuno, e a questo meccanismo possono contribuire le agenzie umanitarie e Frontex”. “Nessuno ha mai capito cosa fossero esattamente cosa fossero”, commenta Christopher Hein, portavoce del Centro italiano per i Rifugiati (Cir). Renzi non li voleva perché avrebbero dato l’idea di emergenza, a Bruxelles si aspettavano “chiarimenti” sulla natura della proposta, ma al Viminale l’appello è caduto nel vuoto.

18 agosto: “Occorre che i profughi diano una mano nelle città in cui vivono”
È una delle grandi campagne del triennio del ministro Alfano. Ci aveva provato nel 2015: “Dobbiamo chiedere ai Comuni di applicare una nostra circolare che permette di far lavorare gratis i migranti” (7 maggio 2015) e l’avevano accusato di schiavismo. Ci riprova, sostituendo alla parola “lavoro” la parola “aiuto” e aggiungendo che “la regola è che nei lavori si dà sempre e comunque precedenza agli italiani”. Un capolavoro: il ministro riesce di nuovo a farsi criticare sia da destra che da sinistra e dell’idea non resta nulla.

23 agosto: “La relocation fin qui è stato il flop vero di tutta l’agenda ma se parte bene con la Germania, confidiamo che vada bene anche con gli altri Paesi perché il messaggio è fortissimo”
La fiducia di Alfano nella “politica delle quote” europea è mal riposta. Il ministro diceva di aver avuto la rassicurazione che “da settembre centinaia di profughi al mese potranno andare in Germania”. Il fallimento è dichiarato dai numeri: al 24 novembre sono 1.803 i profughi “ricollocati” in altri Paesi europei. Dovevano essere 24mila tra 2015 e 2016.

3 settembre: “Rimpatri collettivi? Calcherò la mano”
Nel Migration compact, la proposta italiana per gestire i flussi migratori dal nord Africa, il concetto chiave è dare aiuti economici ai Paesi di partenza dei migranti in cambio di “collaborazione” per fermare i migranti. Anche se il Paese in questione è governato da dittatori condannati per crimini contro l’umanità, come il Sudan, con cui l’accordo risale ad agosto. Il mese dopo c’è il primo rimpatrio collettivo dall’Italia: 48 migranti. Gli operatori umanitari sostengono che non sia stata garantita ai rimpatriati la possibilità di chiedere asilo. Come risponde il ministro Alfano? “È stato fatto nel pieno rispetto di un accordo tra la polizia italiana e quella del Sudan”. Accordo che per Guido Savio, avvocato di Asgi, “è grave che preveda il riconoscimento in Sudan. È la fine del diritto d’asilo”. È vero, l’Europa aveva chiesto più rimpatri, ma nel 2009 – Maroni al Viminale – aveva condannato l’Italia per quelli collettivi. E solo se i migranti non sono titolari di protezione in Italia. Alfano tira dritto verso il “pugno di ferro”. Ma i rimpatri forzati (dato di fine settembre) sono comunque 12.406, contro gli oltre 14mila del 2015. Intanto le domande d’asilo sono quasi 100mila, di cui respinte oltre sei su dieci. Morale: ci sono oltre 50mila migranti con in mano un foglio di via e per nulla intenzionati a tornarsene a casa, se non lo fa l’Italia, la quale si rifiuta perché l’operazione costa troppo. Stanno in un limbo. “Tutta manodopera a basso costo che rischia di essere sfruttata e di finire in ambienti criminali”, commenta l’avvocato Savio. La proposta di alcuni esperti, come Asgi, è concedere un permesso umanitario temporaneo, come accadde durante l’emergenza Nord Africa nel 2011. Il Viminale però non la pensa così.

13 settembre: “Stiamo lavorando a una task force per controllare che i centri d’accoglienza funzionino”
Fine estate. Monta la polemica, sollevata da un’inchiesta de l’Espresso, sulla gestione dei centri di accoglienza: Alfano promette di monitorare. Il Cara di Borgo Mezzanone a Manfredonia, citato nel servizio, finisce sotto inchiesta il giorno dopo. Poi? Nulla. Dal Viminale nemmeno fanno vedere i numeri della spesa per l’accoglienza, che dovrebbero essere pubblicati entro il 30 giugno per legge.

10 ottobre: “La mia idea è di introdurre incentivi premiali per far partecipare tutti i Comuni all’accoglienza. Chi più fa, più riceve in termini di risorse e personale”
Di nuovo i numeri smentiscono il ministro Alfano. Ad oggi sono circa 2.700 su 8mila i Comuni che accolgono i migranti. Gli altri, fanno le barricate, come nel caso di Gorino: l’accoglienza, infatti, è su base volontaria. Solo 555 enti locali fanno parte della rete Sprar, il sistema di accoglienza ordinario, di cui sono certi posti, spese e standard. In tutto, 26.012 posti. “La stragrande maggioranza dei profughi è ancora nelle strutture straordinarie”, aggiunge Christopher Hein del Cir. Sono centri aperti all’ultimo istante, con standard differenti e meno controllo sulle spese. Quelli che finiscono più di frequente nelle inchieste.

Il bonus previsto da Alfano, dice Hein, prevede che chi rientra nello Sprar non riceverà profughi extra. Lo ha stabilito il piano chiuso questo 14 dicembre, le cui “linee guida” erano state decise Conferenza unificata del 10 luglio 2014. Ci sono voluti due anni e mezzo per completarlo.

17 ottobre: I minori stranieri non accompagnati “o li controlli, li tieni in uno stato di prigionia, e questo non esiste al mondo, oppure devono avere dei margini di ingresso e di uscita”
“Noi stiamo cercando di stringere un po’ la rete dei controlli ma non li possiamo certo imprigionare”, dice il ministro. Secondo Oxfam, ogni giorno in Italia 28 bambini migranti scompaiono. In Europa, dati Europol, si è arrivati a 10mila dispersi. Per Oxfam, tra i responsabili in Italia c’è un sistema di accoglienza inefficace. Le comunità, soprattutto nel Mezzogiorno, dicono di non avere i soldi per tirare avanti. E nel 2015 lo stesso Alfano denunciava la scomparsa di oltre 3.700 minori. Ma il problema sembra solo aggravarsi.