Giustizia & Impunità

Giuseppe Scopelliti, ex presidente della Calabria condannato a 5 anni in appello

Il politico è imputato in qualità di ex sindaco per falso e abuso per presunte irregolarità nei bilanci del Comune tra il 2008 e il 2010 e per le vicende legate alle autoliquidazioni dell’ex dirigente dell’Ufficio ragioneria del Comune Orsola Fallara, suicidatasi nel 2010

Cinque anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Corte d’Appello di Reggio Calabria ridetermina di poco la condanna inflitta all’ex sindaco e governatore Giuseppe Scopelliti nel processo di primo grado sul “caso Fallara”. Abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. La favola del “modello Reggio” finisce qui in attesa, adesso, che la Cassazione metta il sigillo all’inchiesta che, assieme allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del primo Comune capoluogo di provincia, ha scardinato il potere di Peppe Scopelliti, sindaco dal 2002 al 2010 e governatore della Calabria fino al 2014 quando ha inaugurato l’applicazione della legge Severino in seguito alla sua condanna a 6 anni di carcere. Scopelliti è stato per lungo tempo il simbolo della “Reggio da bere” che, però, ha portato al tracollo finanziario di Palazzo San Giorgio.

La città dello Stretto, infatti, è stata usata come un trampolino di lancio per la carriera dall’ex “balilla” del Movimento sociale italiano, poi pupillo in terra calabra di Silvio Berlusconi e, dopo ancora, azionista di maggioranza dell’Ncd con il quale si è candidato all’Europee non riuscendo ad essere eletto. Finiti i tempi delle percentuali bulgare rastrellate da Scopelliti in qualsiasi tornata elettorale, la bocciatura delle urne nel 2014 lo ha allontanato anche da Angelino Alfano per avvicinarlo ad Azione Nazionale.

Movimenti politici che fanno da sfondo a problemi giudiziari. Stando all’inchiesta sul “caso Fallara”, coordinata dai pm Sara Ombra e Francesco Tripodi (non più in servizio a Reggio Calabria), infatti, l’ex sindaco Scopelliti è ritenuto il responsabile numero uno dello sfascio economico della città. Impianto accusatorio condiviso anche dal sostituto procuratore generale Alberto Cianfarini che, nel corso della requisitoria, aveva chiesto la conferma dei sei anni al presidente della Corte d’Appello Adriana Costabile.

Per i magistrati, a Palazzo San Giorgio c’era una vera e propria dittatura della dirigente Orsola Fallara, morta nel 2010 per aver misteriosamente ingerito dell’acido dopo una conferenza stampa indetta dopo l’avvio dell’inchiesta da parte della Procura. La consulente del Comune si era dichiarata disponibile a fornire tutte le spiegazioni ai magistrati ma non ha fatto in tempo. La Fallara – si legge nella sentenza di primo grado – “era una perfetta esecutrice di direttive precise che provenivano dal sindaco Scopelliti, che, tramite lei, ha creato un sistema accentrato su se stesso esautorando di fatto tutti coloro che avrebbero potuto ostacolarlo (cioè i dirigenti non asserviti al suo dominio e gli assessori che eventualmente avessero voluto svolgere le loro funzioni correttamente)”.

Orsola Fallara era la responsabile del settore Finanze voluta da Peppe Scopelliti. Una professionista, nominata senza un concorso, tutta dentro il “sistema” del sindaco. Un suo funzionario “di fiducia” che, in eredità, insieme ai misteri sulla sua fine orribile, lascia un bilancio per i magistrati segnato da “un quadro di irregolarità enorme”. È di centinaia di milioni la voragine nelle casse del Comune dove i pm hanno trovato debiti con società partecipate non onorati, un buco finanche con l’Enel per bollette milionarie mai pagate, ritenute fiscali evase per almeno 20 milioni di euro. Il tutto mentre Reggio diventava una “città cartolina” dove si spendevano soldi per iniziative allegre: 50mila euro alla New Art Gallery per una conferenza stampa di presentazione delle statue Rabarama, costate 600mila euro, altri 252mila per finanziare la radio amica Rtl.

Sono gli anni della “Reggio da bere” in cui in riva allo Stretto arriva anche il concerto di Elton John organizzato dall’amico promoter Ruggero Pegna, nel 2010 candidato alla Regione in una lista a sostegno di Scopelliti. È un fallimento con lo stadio semivuoto, ma alle tasche dei reggini è costato 360mila euro. Altri 650mila sono stati spesi la Notte bianca del 2006: per avere Lele Mora e i suoi guitti da Grande Fratello, Scopelliti fa versare dal Comune 120mila euro e addirittura si raccomanda a Paolo Martino, il referente della cosca De Stefano a Milano.

Per non parlare delle consulenze esterne e dei contributi a pioggia: 75 avvocati si sono spartiti 777 pratiche. La difesa di Scopelliti ha sempre sostenuto che “lui atti di gestione non ne compie, perché lui fa il politico”. “Però – era stata la risposta del pm Sara Ombra nel processo di primo grado – quando si tratta di dare contributi elettorali, li fa gli atti di gestione”. Adesso occorrerà attendere le motivazioni della sentenza di oggi che ha registrato la condanna a 2 anni e 4 mesi anche per i revisori dei conti del Comune Carmelo Stracuzzi, Domenico D’Amico e Ruggero Ettore De Medici, interdetti dai pubblici uffici per i prossimi 5 anni.

Dopo la lettura della sentenza, Scopelliti ha lasciato il palazzo di giustizia senza fare alcuna dichiarazione. Lo ha fatto a bordo di un’auto della scorta che la prefettura gli aveva assegnato nel 2004 e che non ha mai revocato neanche dopo la notizia che l’ex sindaco di Reggio è indagato nell’inchiesta antimafia “Mamma Santissima” per essere stato il “pupo” nelle mani dell’avvocato Paolo Romeo, l’ex parlamentare del Psdi ritenuto dalla Dda una delle due teste pensanti delle cosche reggine. È lui assieme alla componente segreta della ‘ndrangheta che, secondo il pm Giuseppe Lombardo, nel 2002 ha deciso che Scopelliti doveva fare il sindaco di Reggio Calabria.