Cronaca

Migranti, capo degli scafisti alla sbarra. Nuove testimonianze: ‘Processano uomo sbagliato, il vero Mered è libero in Sudan’

Il 16 novembre è iniziato a Palermo il processo a Medhanie Yehdego Mered, uno degli scafisti più importanti protagonisti dell'operazione Glauco 2. Secondo il Guardian, l'uomo finito alla sbarra non è lui ma Medhanie Tesfamariam Berhe. Quattro testimonianze raccolte da IlFattoQuotidiano.it confermano la tesi del quotidiano britannico

Medhanie Yehdego Mered è uno degli scafisti più importanti protagonisti dell’operazione Glauco 2, l’indagine condotta dalla procura di Palermo contro i trafficanti di uomini. Lo chiamano Il Generale e secondo la procura ha organizzato i viaggi di tanti naufraghi annegati nel Canale di Sicilia. All’udienza del processo, la cui fase dibattimentale è cominciata il 16 novembre, siede un uomo che secondo molte persone non dovrebbe stare al banco degli imputati, perché totalmente estraneo ai fatti.

Uno scambio di persona. Non ha dubbi il quotidiano britannico The Guardian, che il giorno dopo la divulgazione della notizia dell’arresto mette a confronto una foto del ragazzo in manette con una di Medhanie Yehdego Mered. In effetti, le fisionomie dei due uomini sono molto diverse, così come le età: le foto non coincidono. Si tratterebbe, dice il quotidiano di Londra, di Medhanie Tesfamariam Berhe, 29 anni, un falegname che non parla nemmeno una parola di arabo, lingua fondamentale per fare il trafficante. Il giorno in cui iniziano le udienze, il Guardian aggiunge una serie di foto di Mered ad un matrimonio. Libero.

“In questo momento Mered si trova in Africa. Sta continuando a fare soldi con il traffico di esseri umani. Si fa vedere meno, sta solo qui la differenza. Ci sono i suoi uomini che operano ancora tra Libia e Sudan e restano sempre sotto di lui”. Lo afferma Meron Estefanos, giornalista di Radio Erena e direttrice dell’Eritrean Initiative on Refugee Rights. Estefanos è una delle persone che da anni, ormai, riceve quotidianamente chiamate dagli eritrei che cercano di raggiungere l’Europa. Insieme a don Mosè Zerai, il parroco eritreo che dirige l’agenzia per la difesa dei diritti umani Habeshia, è il riferimento principale per i profughi che arrivano in Europa.

“Ho intervistato il Generale lo scorso anno – racconta – ed ha ammesso senza problemi di aver fatto partire per l’Italia, all’epoca, oltre 13mila persone. Quello che spesso ci dimentichiamo è che il trafficante non si percepisce come un criminale, ma come una persona che fa un’opera di bene, che cambia in meglio la vita delle persone”. L’uomo di fiducia di Mered in Libia si chiama Wedi Yisak, un eritreo sui 30 anni con un fisico da aspirante culturista. È lui a cui Mered dice di voler lasciare il business quando, intercettato, parla del suo desiderio di partire per l’Europa. Ma proprio gli arresti dell’operazione Glauco 2 avrebbero poi spinto il trafficante ad abbandonare il progetto migratorio e darsi alla latitanza. Pur restando, a quanto afferma Estefanos, il capo effettivo della cellula criminale.

“Penso che questo processo sia solo un abuso dei diritti umani di un innocente – aggiunge Estefanos – perché il destino di Berhe è già segnato. Anche gli italiani sanno di avere preso un innocente, ma invece di liberarlo, continuano a tenerlo in cella”. L’avvocato del “Mered sbagliato” si chiama Michele Calantropo. Spiega che l’identificazione del suo assistito come trafficante si fonda su intercettazioni effettuate su chiamate telefoniche. Alcune effettivamente fatte dal Generale, altre – sostiene l’avvocato – da Behre. Il giorno dell’arresto, il 23 maggio, il cellulare usato anche d Mered è stato geolocalizzato in Sudan, a Khartoum, dove è scattato l’arresto. “Per la prova è stato sufficiente che la persona al telefono rispondesse al nome di Medhanie, molto comune in Eritrea”, continua il legale. “Medhanie” è il nome infatti di entrambi, Mered e Behre. “La procura – prosegue – non ha voluto accettare l’idea che in Sudan un cellulare venga usato da più di una persona”.

“Non è lui”. Lo dice con certezza, Bekeret. E con lui Yoal e Michael. Sono tre profughi eritrei che oggi abitano in Israele, Svizzera e Canada. Ognuno conosce un pezzo della storia dei due Medhanie. IlFattoQuotidiano.it li ha raggiunti attraverso il network della diaspora eritrea, via Facebook e Whatsapp. Bekeret e Michael, nel 2009, vivevano entrambi a Shegarab, in Sudan: la città dove Mered è diventato un trafficante. “Ha cominciato portando i profughi da Shegarab (dove c’è un enorme campo profughi, ndr) a Khartoum, la capitale”, spiega Bekeret, oggi insegnante a Tel Aviv. All’epoca Bekeret lavorava in un ristorante, di cui Mered era un ospite fisso, un fumatore accanito che parlava un arabo perfetto: “Una persona semplice”. Attraverso le sue buone entrature in Sudan si è allargato piano piano, fino a costruire il suo network.

Michael, oggi in Canada, ha lavorato nello stesso ristorante di Bekeret. Ha tanti amici in comune con Mered: viene dalla stessa provincia dell’Eritrea. “Mered è di Mek’erka (una città a nord della capitale Asmara, ndr)”, racconta. Dalle ultime notizie che ha raccolto, risalenti a circa tre mesi fa, Mered si trovera in Sudan. La sua pagina Facebook, indicata da Michael, è aggiornata al 14 ottobre. Da quando si sono conosciuti nel 2009, Michael ha tenuto i rapporti con i parenti di Mered. Elenca i suoi spostamenti: tra il 2009 e il 2012 su e giù tra Shegarab e Khartoum, poi, dalla metà di quell’anno due viaggi molto importanti che hanno segnato un suo cambiamento: prima a Juba, in Sud Sudan, poi in Uganda, per sposarsi con Lidya Tesfu. Al suo ritorno, va in Libia, dove già prima aveva fatto qualche comparsata. Dal 2013 al 2015 si sposta tra Libia, Sudan ed Etiopia. Nel 2016 è stato in Libia ed ora in Sudan. È in questi ultimi due anni che ha allargato il suo business, avvicinandosi, per numero di persone trafficate, a Fitwi Abdrurazak, il re degli smuggler eritrei, da dieci anni in Libia.

Yoel, invece, il Generale non lo ha mai conosciuto. Nel 2015, però, ha passato diverso tempo ad Addis Abeba con Medhanie Tesfariam Behre, che lui chiama con un soprannome: Keshi. “Ero molto amico di suo cugino, Temesgen”, spiega. Racconta di aver trascorso qualche settimana insieme a lui, a casa sua, in Etiopia. Poi “Keshi” è partito in Sudan. “Non ha mai voluto andare in Europa – conclude – il suo sogno era raggiungere una delle sue sorelle negli Stati Uniti”.