Società

Checco Zalone, bene l’ironia ma i disabili non sono dei privilegiati

di Lelio Bizzarri *

La ricerca applicata all’individuazione di cure per patologie degenerative quali la Sclerosi Multipla, la Distrofia Muscolare, la Sla rappresenta per le tante persone che ne sono affette la speranza di frenare o arrestare il terribile incedere di una patologia che progressivamente sottrae controllo al proprio corpo e autonomia di movimento. Negli ultimi anni, la ricerca ha prodotto risultati davvero buoni tali da allungare la speranza e la qualità della vita delle persone che ne sono affette.

Fra le patologie di questo genere troviamo l’Atrofia Muscolare Spinale (SMA).

Nei giorni scorsi è stato lanciato lo spot che vede in qualità di testimonial Checco Zalone, realizzato per promuovere una campagna di donazione a favore della ricerca. Esso si è immediatamente rivelato un’operazione di marketing molto intelligente perché sfrutta in chiave ironica l’ambivalenza delle persone verso chi ha una disabilità, stimolando sentimenti di rabbia che verrebbero poi sublimati in un gesto pro-sociale come quello della donazione. E’ necessario però dare una lettura critica per evitare di scambiare per realtà una rappresentazione artefatta e un po’ distorta, che altrimenti scivolerebbe nel senso comune delle persone.

Mirko (il piccolo protagonista) ha dei comportamenti molesti gratuiti, non dettati dalle necessità della disabilità, quali sbattere sulla macchina senza scusarsi, giocare ai videogiochi a tutto volume di notte, dire al padre di non spostarsi anche se ci vorrebbe un attimo per far passare la persona che va di fretta. Cosa ben diversa sarebbe stata se il motivo del contendere fosse stato un’opera di abbattimento delle barriere architettoniche o l’aver parcheggiato davanti ad uno scivolo: queste situazioni conflittuali sarebbero state motivate dalle esigenze dettate dalla disabilità. Al contrario, il bambino viene ritratto come se facesse leva sul “potere” che gli dà la disabilità e il fatto che tutti contengono Zalone dal “cantargliene quattro” perché non sta bene rimproverare un ragazzino sulla sedia a rotelle.

In questo modo si fornisce allo spettatore una rappresentazione della realtà nella quale le persone con disabilità e le persone non disabili appartengono a due mondi distinti che finiscono per confliggere a causa di un eccesso di libertà che i primi si prenderebbero a danno dei secondi, in virtù della loro condizione di svantaggio e di malattia. Nell’ultima scena viene creata un’improbabile situazione nella quale viene realizzato un posto auto riservato al piccolo Mirko a posto di quello di Zalone. La situazione è alquanto inverosimile perché un diritto di proprietà non può essere espropriato seppur per dare la possibilità di parcheggiare ad una persona disabile. Delle due una: o il parcheggio non è legalmente di Checco o neanche l’Autorità Giudiziaria può negare il diritto di quest’ultimo di parcheggiare in quello stallo. Nella realtà la legge semplicemente consente di creare un parcheggio riservato sulla strada pubblica, non certo in un’area privata.

Si potrebbe pensare che gli autori si siano concessi una “licenza poetica” per creare una situazione di conflittualità, se non fosse che la scena ribalta la realtà stessa nella quale più sovente sono persone normodotate ad occupare i posti riservati. La persona con disabilità viene così rappresentata come usurpatrice (seppur in virtù di una condizione di svantaggio), mentre il diritto viene mostrato sotto forma di privilegio. Dopo aver caricato a dovere lo spettatore di sentimenti di frustrazione, attraverso l’immedesimazione con Zalone, si conclude con il gesto di donazione con il dichiarato intento di far guarire Mirko così annullando “i privilegi” della sua malattia. È un po’ come se implicitamente si dicesse: “I disabili si approfittano della loro condizione, facciamoli guarire così non hanno più scuse“.

Questo spot è molto interessante in quanto ci dà la possibilità di parlare dei sentimenti di ostilità avvolti di solito da tabù. Peccato che ad un certo punto si faccia cortocircuito e, per evitare di urtare la sensibilità del grande pubblico (dei potenziali donatori), si siano create delle situazioni un po’ surreali al fine di legittimare l’aggressività, attraverso la rappresentazione di comportamenti scorretti.

Altro aspetto da non sottovalutare è l’eventualità che finiscano nello stesso calderone sia le giuste rivendicazioni sia i comportamenti sopra le righe ingiustificati, cosa che determinerebbe una neutralizzazione della legittimità delle battaglie condotte per affermare l’equità di diritti. Nella realtà le persone disabili sono costrette loro malgrado ad entrare in conflitto con gli altri per evitare di subire ingiustizie, non per mancanza di rispetto o comprensione verso le altrui difficoltà. Sarebbe estremamente deleterio, in primis per le persone con disabilità, se il fatto di vivere una condizione di svantaggio e essere vittime di discriminazione, come accade quotidianamente, le facesse sentire legittimate a mancare di rispetto gratuitamente a chi la disabilità non la vive e non la conosce. Sarebbe deleterio in quanto produrrebbe autoemarginazione e renderebbe molto più difficile l’empatia nei loro confronti, ma piuttosto indurrebbe sentimenti di svalutazione e, allora sì, di pietismo.

Al contrario, rivendicare il rispetto e l’impegno da parte della società nell’abbattere la discriminazione implica un profondo rispetto e senso di responsabilità verso gli altri. Rispetto e responsabilità che ci qualificano come persone uguali, né inferiori, né superiori, ma alla pari. Di questo le persone con disabilità sono consapevoli, per questo ritengo che le situazioni rappresentate siano un po’ artefatte.

L’intento dello spot è sicuramente nobile e il dibattito, altrettanto prezioso, dimostra che il prodotto ha una sua efficacia. Tuttavia, è bene non perdere mai di vista il principio fondamentale: la diversità è un elemento fondante di una società civile e non un corpo estraneo da arginare in categorie, di conseguenza la ricerca e l’accettazione della malattia devono andare di pari passo, altrimenti la prima, piuttosto che essere un atto altruistico, si trasformerà in un’aberrante utopia di normalizzazione.

* Psicologo e psicoterapeuta