Cronaca

Terremoto ad Amatrice, il sismologo: “Possibile ricostruirla com’era. Ma i tempi non saranno rapidi”

Romano Camassi, sismologo dell’Ingv e storico dei terremoti, è moderatamente ottimista sulla possibilità di far rivivere il borgo laziale: “Bisogna capire se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili o alle caratteristiche del territorio". Ma avverte: "Non bisogna illudersi che i tempi saranno brevi. Non c’è stato alcun sisma grave che abbia comportato una ricostruzione durata meno di dieci anni”

“Anche se le fotografie mostrano un disastro, non siamo di fronte a un crollo generalizzato degli edifici”. Romano Camassi, sismologo dell’Ingv e storico dei terremoti, è moderatamente ottimista sulla possibilità di ricostruire Amatrice e gli altri paesi nel centro Italia colpiti dal sisma del 24 agosto. “Prima bisognerà però effettuare indagini molto precise per verificare se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili o se ci sono stati effetti di amplificazione delle onde sismiche da parte del sito”. Nel primo caso si potranno riparare gli edifici che hanno subito danni minori e demolire gli altri per poi ricostruirli, rispettando le norme oggi in vigore per le zone ad alta pericolosità sismica. Nel secondo caso, che però Camassi ritiene meno probabile, si potrà valutare l’opportunità di delocalizzare i centri: “Se il sito attuale dovesse risultare inadatto dal punto di vista geologico, le tecniche di costruzione da adottare sarebbero molto costose”.

La ricostruzione dei borghi distrutti nei giorni scorsi, sempre che le verifiche non rilevino forti problematiche di carattere geologico, sarà meno difficoltosa di quella dell’Aquila: “In una grande città come il capoluogo abruzzese – spiega l’esperto – si deve procedere alla ricostruzione non del singolo edificio, ma dell’intero blocco di edifici che compongono un isolato. E questo crea lungaggini, magari semplicemente perché ci sono diversi proprietari”. In questo senso il terremoto dei giorni scorsi si differenzia da quello dell’Aquila, ma anche dal sisma del 2012 in Emilia Romagna, dove sono stati danneggiati soprattutto singoli monumenti e capannoni artigianali. Questa volta le conseguenze sono più simili a quelle dei terremoti che hanno colpito il Friuli nel 1976 e l’Irpinia nel 1980, quando hanno riportare danni ingenti interi piccoli comuni. “Ad Amatrice, Accumuli e Arquata del Tronto, se la comunità locale lo vorrà, potrà probabilmente essere applicato un modello di ricostruzione simile a quello utilizzato in Friuli a Gemona o a Venzone, che sono state oggetto di un’opera di ricostruzione filologica che ne ha replicato gli originari aspetti urbanistici ed estetici”.

Se si deciderà di rispettare le architetture originarie nelle finiture, le strutture dovranno però essere realizzate con le tecniche antisismiche moderne. E si dovranno fare i conti con la disponibilità di risorse: “Il terremoto del Friuli è l’unico caso nella storia degli ultimi 40 anni in cui gli interventi di ricostruzione hanno avuto copertura economica totale da parte dello Stato”. C’è un altro punto poi che Camassi sottolinea: “Non bisogna illudersi che i tempi saranno brevi. Non c’è stato alcun sisma grave che abbia comportato una ricostruzione durata meno di dieci anni”. Se questo discorso è valido anche per il Friuli, secondo il sismologo non c’è da stupirsi che il centro dell’Aquila sia ancora in gran parte disabitato a sette anni dai crolli. Una situazione che non è di per sé una diretta conseguenza della decisione presa dal governo Berlusconi nelle settimane dopo il sisma di realizzare le new town, che “non erano una soluzione alternativa alla ricostruzione, ma dovevano essere destinate a durare solo gli anni necessari a rendere nuovamente abitabili i centri distrutti”.

New town – e inchieste giudiziarie sulla ricostruzione – a parte, ci sono stati comunque casi in cui dopo un terremoto le rovine sono state abbandonate e le case sono state ricostruite in un luogo diverso, a qualche chilometro di distanza: “E’ successo per esempio per alcuni paesi della Calabria, dopo il terremoto del 1908, o in Irpinia nel 1980. Così come nel Belice, dove Gibellina è stata abbandonata per dare vita a Gibellina Nuova. E lo stesso è accaduto a Poggioreale, sempre nel Belice, dove si è ritenuto troppo oneroso ricostruire il vecchio insediamento e si è preferito spostarlo più a valle, in un punto peraltro più vicino alle vie di comunicazione. Una scelta che quindi non è dipesa dai dati tecnici sulle condizioni geologiche del sito, visto che non esistevano ancora le strumentazioni adatte a questo tipo di rilievi”.

@gigi_gno