Cronaca

Migranti respinti all’ospedale di Milano. Marceca (Medicina migrazioni): “Norme avanzatissime ma restano su carta”

Maurizio Marceca, docente di Epidemiologia e Sanità Pubblica alla Sapienza e presidente della Simm: "A Milano di certo qualcosa non ha funzionato, spesso succede per lo scaricabarile sulle competenze o per la resistenza ad applicare disposizione di legge che confliggono con la politica"

“E’ fuor di dubbio che il pronto soccorso deve far accedere chiunque ne faccia richiesta. Mi sembra piuttosto che ci sia stato un problema di corretta definizione delle competenze in una situazione molto concitata, che si poteva affrontare meglio da ambo le parti”. Maurizio Marceca è docente di Epidemiologia e Sanità Pubblica alla Sapienza ed è anche presidente della Società italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Tratta la vicenda dei 10 profughi respinti da un pronto soccorso del milanese per questioni di “competenza” come un caso di scuola. “Mi sembra di non rinvenire nell’atteggiamento dei medici un comportamento pregiudizievole o discriminatorio legato alla tipologia di utenti. Piuttosto sembra si sia verificato un problema di definizione delle competenze. E’ difficile dire chi si è comportato male, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato”.

Breve riassunto: 10 profughi dal Corno D’Africa arrivano a un’ente gestore di Milano che deve accoglierli nella sua struttura dove sono ospitati famiglie e neonati. Quando li prendono in consegna gli operatori rilevano uno stato di salute molto provato con bolle, tossi, sanguinamenti e congiuntivi compatibili con infezioni. Contattano il medico dell’ente. L’ufficio di prevenzione e igiene dove si sarebbero potuti fare gli accertamenti del caso è chiuso e il medico consiglia di condurli direttamente al Pronto soccorso più vicino. I profughi ci vanno a piedi ma vengono respinti: “Non è di nostra competenza”, dicono i responsabili dell’accesso. E’ normale?

“In Italia nessun pronto soccorso può rifiutare qualcuno, sia esso italiano, straniero o extracomunitario. Con o senza documenti”, risponde Maresca. “Ma tocca anche capire se l’ente aveva la possibilità di trattenere gli ospiti in quelle condizioni. Per questo era necessario chiarire la natura e la gravità dei sintomi”. Cosa che non è stata possibile. “Forse il responsabile del Pronto soccorso si è irrigidito pensando che se gli portano 10 persone tutte insieme era per una sorte di scaricabarile e si è trincerato dietro al fatto che provvedere allo screening sanitario non è effettivamente il compito del presidio dell’emergenza-urgenza, che resta quello di accogliere singole persone con un’acuzie, cioè una situazione improvvisa che si presenta come grave”. Ma chi può dirlo se non li hanno visitati?

“Ecco. Penso che in questi casi, oltre alle norme e alle procedure, la differenza la faccia la disponibilità a venirsi incontro per risolvere una situazione non ordinaria”. Tipo? “Gli operatori potevano chiedere di accogliere almeno i casi che si segnalavano come più gravi. Magari un accordo per fare un triage veloce al termine del quale, se non ci sono esiti preoccupanti, vengono rimandati gli approfondimenti al servizio di igiene. Se una situazione non è ordinaria bisogna saper andare oltre il protocollo. Certo, bisogna anche valutare se e quanto l’assegnazione di un codice bianco che comporta magari un’attesa di molte ore, anche 10-15 in alcuni casi, è compatibile con le condizioni di chi – stremato – è appena arrivato sulla terra ferma”.

Esiste un problema di questo tipo in Italia? “Sul fronte del trattamento sanitario dei migranti siamo in una situazione molto particolare. Sulla carta abbiamo norme avanzatissime. Siamo uno dei pochi Paesi al mondo che tramite i Lea garantisce agli immigrati senza documenti il diritto gratuito alle cure pediatriche. Dal 1998, da sedici anni, l’Italia riconosce diritti assistenziali anche a chi teoricamente sul territorio non ci dovrebbe stare, alle persone senza permesso di soggiorno. Non solo. Abbiamo anche un accordo Stato-Regioni per uniformare l’interpretazione delle norme e allargare il più possibile il coinvolgimento dei centri di medicina sul territorio. E’ stato sottoscritto nel 2012 proprio perché non si verifichino situazioni come questa. Tuttavia rileviamo come Simm, che alla stesura di quei protocolli contribuisce, che le Regioni hanno ratificato gli accordi ma sempre non li applicano. Non senza che le singole giunte deliberino la ratifica dell’accordo, i dirigenti emanino circolari, disposizioni etc. Così, alla fine, abbiamo norme magnifiche che rischiano di non essere applicate”. E il motivo? “Per ragioni che hanno poco a che fare con l’emergenza e il diritto alla cura e molto con la politica. Essendo il tema dell’immigrazione sensibile a fini di propaganda anche gli aspetti tecnico-sanitari ne risentono. Questo comporta il fatto che alcune regioni non applichino quello che esse stesse hanno siglato e ha già valore giuridico vincolante”.