Mafie

Nicola Cosentino, arrestato maresciallo: fornì a ex deputato atti segreti. L’ombra di dossieraggio su uomini delle istituzioni

Giuseppe Iannini è finito agli arresti domiciliari con accuse di rivelazione del segreto ufficio, mentre l'ex sottosegretario all'Economia è indagato a piede libero per ricettazione con l’aggravante del metodo mafioso. In casa del carabinieri un archivio costituito da atti di inchieste giudiziarie e un carteggio

Alle 17.55 del 19 dicembre 2013 una pen drive nera marca “Record” viene inserita in un notebook Samsung. Dalla pen drive vengono aperte, e consultate per circa tre ore, alcune informative riservatissime e coperte dal segreto investigativo sui rapporti tra il clan Puca di Sant’Antimo e il deputato di Forza Italia Luigi Cesaro, che in quella città vive e tesse la sua rete di affari politici e imprenditoriali insieme ai fratelli. Chiavetta e computer verranno poi trovati il 3 aprile 2014 in una borsa custodita nel bagagliaio della Mercedes di Nicola Cosentino. È il giorno in cui l’ex sottosegretario Pdl all’Economia del governo Berlusconi, tornato libero dopo qualche mese di detenzione con accuse di camorra, viene perquisito e arrestato per la seconda volta in una indagine per estorsione ai danni di un imprenditore che non riesce ad aprire un distributore di carburante.

È da qui, da questa misteriosa pen drive da 2 Gb di memoria, che parte la spy story culminata nell’arresto di Giuseppe Iannini, maresciallo capo dei carabinieri con l’hobby dei libri di inchiesta, che ha firmato due volumi con il giornalista di ‘Panorama’ Simone Di Meo. L’ultimo, “La soldatessa del califfato”, un autentico scoop sul ritorno di una soldatessa ex miliziana dell’Isis fuggita dalla crudeltà del terrorismo islamico. Iannini è finito agli arresti domiciliari con accuse di rivelazione del segreto ufficio, mentre Cosentino è indagato a piede libero per ricettazione con l’aggravante del metodo mafioso.

L’inchiesta del pm Fabrizio Vanorio, in forza alla Dda di Napoli coordinata dall’aggiunto Giuseppe Borrelli, ha individuato in Iannini la ‘fonte’ di Cosentino, la persona che gli avrebbe consegnato la chiavetta coi segreti delle indagini su Cesaro. La Dda ci arriva attraverso complicatissime indagini tecniche sulla mole di materiale informatico sequestrato a Cosentino il giorno dell’arresto: due computer portatili, sei cellulari (tra cui un blackberry e un iPhone), un iPad, quattro cd-rom, sei Dvd, una pen drive verde e una pen drive nera, quella con le tracce di 12 file word di informative di polizia giudiziaria e richieste di intercettazioni sulle indagini aperte dai carabinieri e dalla Dda sui traffici di droga del clan Puca e sulle relazioni tra la camorra di Sant’Antimo e la politica. File word originali ma che differiscono di qualcosina rispetto agli atti ufficialmente depositati in Procura: nella formattazione, nella foliazione, nelle sottolineature. In alcuni casi ci sono dei ‘tagli’ più o meno strategici: manca ad esempio una intercettazione tra Cosentino e Antimo Cesaro.

Il perito informatico capisce che la chiavetta è appartenuta a Iannini perché dentro recupera anche 445 foto sue delle vacanze estive e una mail personale su un problema al finanziamento dell’automobile. Inoltre, i files sono formati e creati su computer in uso a uffici investigativi dei carabinieri frequentati da Iannini, che in qualche caso ha partecipato alle indagini: all’epoca lavorava al gruppo di Castello di Cisterna. Uno dei files è uscito dal computer del carabiniere compagno di stanza. Agli atti ci sono anche dichiarazioni di un comune amico di Iannini e Cosentino, Giovanni Cristiano, il tecnico radiologo dell’ospedale di Caserta che li avrebbe presentati.

Attenzione alle date. Nel dicembre 2013 Cosentino è tornato da pochi mesi in libertà e sta provando a ricostruirsi un futuro in politica. Sono le settimane in cui lavora alla nascita di ‘Forza Campania’, il gruppo di dissidenti azzurri in consiglio regionale che fanno la fronda al governatore Stefano Caldoro. Ambienti politici che oggi gravitano intorno a Denis Verdini, e che all’epoca contestavano la gestione campana di Forza Italia in mano a Cesaro e ai suoi fedelissimi. Cosentino e Cesaro, una volta amici e sodali, hanno rotto e sono in guerra. Cosentino imputa al deputato di Sant’Antimo il ‘tradimento’, lo ha abbandonato durante la compilazione delle liste per le politiche del febbraio 2013.

Non ricandidato, Cosentino finisce in galera per camorra, un’onta sino a quel momento evitata solo grazie al voto contrario della Camera e alle guarentigie parlamentari. È questo il contesto politico-temporale in cui avviene il passaggio dei files della pen drive di Iannini sul computer di Cosentino. Files che non vengono memorizzati sull’hard disk del Samsung, ma che il perito riesce a tracciare attraverso un’analisi delle memorie remote. Inoltre la geolocalizzazione del cellulare di Cosentino consente di appurare che quella sera è a casa. La pen drive viene estratta dal computer alle 20.30 circa. E poco dopo Cosentino inizia a fare una serie di telefonate. Forse per raccontare le notizie che ha appena appreso? La domanda resta sospesa nelle pieghe delle 28 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Isabella Iaselli. E per saperne di più bisognerà forse aspettare l’esito delle perquisizioni del faccendiere Valter Lavitola e dell’ex sottufficiale dei carabinieri Enrico La Monica, non indagati, già coinvolti nelle indagini sulla P4. Nomi che evocano gli anni in cui Cosentino rimase impigliato nelle indagini sul dossieraggio contro Stefano Caldoro. Secondo la Procura, Iannini avrebbe fornito a Cosentino anche il falso verbale di un pentito di camorra, Tommaso Prestieri, rinvenuto nella biblioteca dell’ex parlamentare. In quei tre fogli comparivano i nomi di Berlusconi, Cesaro e Sergio De Gregorio.

Iannini non è nuovo a indagini su violazioni del segreto investigativo. Il 23 dicembre 2014 è uscito assolto da questa imputazione in un processo che lo vedeva alla sbarra insieme all’ex sindaco di Orta D’Atella ed ex consigliere regionale Pd-Udeur Angelo Brancaccio. Secondo l’accusa il maresciallo era l’ “informatore” di Brancaccio, ma nel processo non c’è traccia delle intercettazioni tra i due. “Il punto è davvero incredibile”, scrive il Gip. “Resta inspiegabile la mancanza di intercettazioni nel processo ma questa è l’unica motivazione per la quale lo Iannini che fornisce giustificazioni “improbabili” e “inverosimili” (dei suoi contatti con Brancaccio, ndr) deve essere assolto con formula piena (non era stata versata in atti la fonte principale dell’accusa)”.

In casa di Iannini i carabinieri, durante una perquisizione, hanno trovato un archivio costituito da atti di inchieste giudiziarie e un carteggio in cui vi sarebbero anche riferimenti a esponenti delle istituzioni. Ora il lavoro degli inquirenti si concentrerà ad accertare anche l’esistenza di una attività di dossieraggio.