Politica

Marco Pannella: dei morti si deve solo parlare bene?

Dei morti non si deve dire che bene. Così il latinetto del notabile di paese colto, de mortuis eccetera. Un motto del perbenismo provinciale più che della pietà cristiana, ché la morte non azzera il senso critico. Nel caso di Marco Pannella, peraltro, la santificazione era già iniziata in vita e da qualche tempo, con una trasversalità che avrebbe dovuto insospettire. Poiché non si trattava di dirne bene da morto, ma di celebrarlo in vita come padre della patria, eroe dei diritti civili, Caro leader della liberazione italiana. Come se poi l’Italia fosse diventata, con quel paio di referendum il cui successo si attribuisce tutto ed esclusivamente a lui, a ‘Marco’, una specie di Svezia.

E invece la società italiana non è diventata quella che i panegiristi di oggi descrivono. L’inconcludenza situazionista dell’istrionico Pannella, la bulimica curiosità, la logorrea flamboyante, non sono riusciti a trasformare l’Italia, sebbene di quelle due battaglie almeno, ma di altre, occorra oggi essergli grati. A lui ma non solo a lui né a quelli del suo partito, che dalle sue labbra pendevano. E non l’ha trasformata perché la tensione libertaria o anarcocapitalista, l’esigenza di deperimento dello Stato, in sostanza il sostrato di destra del suo ‘pensiero’, hanno fatto dei Radicali gli alfieri di un’idea dei diritti civili senza aver capito che i diritti stanno o cadono a seconda che li si prenda come pacchetto unitario – civili e politici, ma anche sociali economici e culturali – o come gerarchicamente ordinati.

E in fondo questa primazia liberale dei diritti civili non ha spinto i radicali oltre la delineazione di un soggetto tutto stretto dentro la dimensione di una cittadinanza proprietaria e consumatrice, di un individualismo che non ha mai pensato che vi potesse essere un intersecarsi tra i diritti come libertà negative da un lato e facoltà positive dall’altro, le libertà di fare. Che però hanno bisogno di un intervento sulle condizioni materiali dell’esistenza. In fondo, per Pannella e forse ancor più per la sua allieva Emma Bonino, si poteva consumare e vivere felici.

Proprio Bonino nel 1999 dichiarava che la battaglia dei Radicali in economia, una battaglia liberista, era “qualcosa di analogo, appunto, ai diritti civili negli anni settanta”. La sacrosanta libertà di disporre del corpo senza costrizioni si trasformava nell’assenza di costrizioni al dispiegarsi della febris emitoria, come la chiamava Luciano Bianciardi. Insomma, tutto il discorso stava dentro la trinità indissolubile di vita libertà e proprietà. Aggiungeva Bonino che “deve essere chiaro a tutti che la libertà da affermare per gli europei del duemila sarà sempre più quella di potere avere libertà di scelta come consumatori ed utenti tra una molteplicità di opzioni in un mercato concorrenziale”.

E invece è così che è cresciuta l’Europa delle diseguaglianze, l’Europa senz’anima, ovvero tutta concentrata ad assicurare agli ‘utenti’ il diritto minuzioso cervellotico grottesco del consumatore, senza chiamarlo alla partecipazione politica. La moneta senza lo Stato, le magnifiche sorti e progressive dell’abbattimento del debito pubblico, la destrutturazione dello statalismo insito nelle garanzie al licenziamento dei lavoratori. Queste le cose alate. Poi anche tanta bassa macelleria politica.

Una certa ebbrezza marziale per l’affermazione dei diritti a suon di bombe, in qualche modo in contraddizione con quell’idea di una postmodernità liscia e pacificata dal mercato. Il garantismo regalato ai potenti come grimaldello per scardinare la responsabilità politica della corruzione italiana. Il trasformismo sempre giustificato in nome di battaglie ‘di civiltà’. L’accentramento narcisistico attorno alla sua venerata personalità. Il ‘vivaio’ di leader e parlamentari da Rutelli a Capezzone, da Bonino a Giachetti.

Ma l’ultimo, più velenoso e contraddittorio, visto il cinismo delle alleanze in vista di scopi ‘nobili’, dono di Pannella è consistito nell’aver veicolato l’idea che si potesse in fondo stare in una sorta di riserva indiana della purezza politica, votare radicale per non stare né a destra né a sinistra, ma in alto: gli unici che non si sono mai sporcati le mani, si diceva. Voto radicale perché non credo più a nessuno, almeno loro rompono le palle, si diceva. Ascetismo politico. Ecco, occorrerà guardarsi da quel lascito postpolitico, da quegli esercizi di psicogeografia politica, dalla performance fine a se stessa. Fare politica è anche decidere, non solo testimoniare.