Cronaca

25 aprile, sull’Appennino si prega per Mussolini ma non si dice. Dopo le critiche la messa sarà “solo per richiedenti”

A Carù, in provincia di Reggio Emilia, l'evento finisce in un opuscolo parrocchiale e i paesani protestano: "Noi non siamo fascisti". Il vescovo sposta la celebrazione "per evitare strumentalizzazioni", ma la conferma: "Rimarrà un fatto privato"

Una preghiera non si nega a nessuno, nemmeno se il defunto si chiama Benito Mussolini. E da parecchi anni a Carù, frazione di 70 anime sull’Appenino reggiano, nel comune di Villa Minozzo, sembra che a qualcuno stia molto a cuore ricordare con una messa il Duce e l’esercito della Repubblica sociale. Il fatto è diventato di pubblico dominio, perché la celebrazione, prevista per sabato 30 aprile nella chiesetta di San Michele, è stata messa nero su bianco tra gli appuntamenti dell’opuscolo parrocchiale distribuito, ironia della sorte, dopo la messa del 24 aprile, alla vigilia del giorno in cui si celebra la Liberazione dal nazifascismo.

I fedeli hanno subito capito che non si trattava di un caso di omonimia, anche per il fatto che l’evento cade due giorni dopo l’anniversario della morte del Duce del fascismo, ucciso il 28 aprile 1945 a Giulino, nel Comasco. Così la notizia ha fatto in breve tempo il giro del paese e poi del Reggiano e si è scoperto che una messa in suffragio di Mussolini e di tutti i caduti della Repubblica sociale, a Carù, viene celebrata ogni anno.

A richiederla, come si fa per tutti i defunti, è un abitante del paese, che con tanto di offerta si rivolge ogni volta al parroco, che non ha mai rifiutato il servizio. “Benito Mussolini è un uomo che ha bisogno di preghiere, forse più di altri – ha dichiarato al Resto del Carlino don Adelmo Costanzi, per dieci anni è stato responsabile della parrocchia – Di fronte ai defunti non ci si rifiuta di pregare. A me è capitato per due o tre anni. Però mi sono sempre rifiutato di pubblicarlo. Quello sì”.

La messa per Mussolini è sempre stata celebrata dunque, ma in gran segreto, senza pubblicizzarla in modo da evitare strumentalizzazioni. Come mai questa volta sia finita nell’opuscolo parrocchiale rimane un mistero, ma la cosa certa è che al momento il parroco responsabile della chiesa di San Michele è in missione in Brasile e il vicario a Roma per il Giubileo, quindi è difficile risalire alle responsabilità.

Nel giro di pochi giorni però si sono moltiplicate critiche e polemiche. “Non siamo fascisti” hanno subito chiarito gli abitanti della zona, che tra l’altro è uno dei luoghi-simbolo della Resistenza. Qui i partigiani hanno lottato a costo della vita, tanto da far meritare al comune di Villa Minozzo la medaglia d’argento al valore per la Resistenza. La paura è soprattutto che quella messa che si ripete ogni anno nella piccola chiesa della frazione reggiana, possa diventare in futuro un ritrovo per nostalgici del fascismo e del duce.

Per questo, per placare le acque, è stato necessario l’intervento del vescovo della Diocesi di Reggio Emilia Massimo Camisasca, che ha chiesto al parroco di San Michele di spostare la celebrazione “per evitare ogni possibilità di strumentalizzazione politica di un momento che deve restare esclusivamente religioso”. Il vescovo ha sottolineato i valori della Resistenza “ricordando il sacrificio di sangue pagato dalle popolazioni di Villa Minozzo durante la Resistenza”, ma ha anche dato ragione a chi quella messa non l’ha mai negata “riaffermando che è dottrina consolidata della chiesa il suffragio per i defunti, chiunque essi siano, tanto più quanto più si reputi che essi sono bisognosi di perdono”. La preghiera per Mussolini e i suoi dunque ci sarà come sempre, ma rimarrà un fatto privato, ristretto ai richiedenti e al parroco, e non sarà pubblicizzata al resto della comunità.