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The Night Manager, Loki contro Dr. House nella nuova serie di Sky. Tom Hiddleston: “La parola potere mi fa rabbrividire”

Ispirata all’omonimo romanzo di John Le Carré del 1993 la serie è diretta dalla regista premio Oscar Susanne Bier e vede opporsi il coraggioso “portiere di notte” Jonathan Pine al malvagio Richard Roper interpretato da Hugh Laurie

Spionaggio, intrighi internazionali, colpi di scena, segreti, politici corrotti, vittime & carnefici che peregrinano tra il Male e il Bene dentro a un’umanità intimamente imperfetta. Nell’universo di John Le Carrè si trova benissimo il 35enne londinese Tom Hiddleston, divenuto super pop nei panni di Loki, il fratello cattivo di Thor, oggi protagonista e produttore esecutivo di The Night Manager, la nuova serie tv in otto episodi che Sky Atlantic HD manderà in onda a partire da domani. Ispirata appunto all’omonimo romanzo dell’autore inglese del 1993 e diretta dalla regista premio Oscar Susanne Bier, vede opporsi il coraggioso “portiere di notte” Jonathan Pine (appunto Hiddleston) al malvagio Richard Roper interpretato da Hugh Laurie, meglio noto come il Dr. House. Un’anteprima assoluta di The Night Manager è stata presentata all’ultima Berlinale lo scorso febbraio e per l’occasione è stato possibile fare una chiacchierata con Tom Hiddleston.

Come ti senti nei panni di questo personaggio creato da Le Carré?
Divertito, appassionato e responsabile. Direi come mai prima d’ora. Anzitutto perché sono nel progetto fin dall’inizio, avendone curato la produzione esecutiva, in secondo luogo perché John Le Carré è veramente il maestro delle spy story nel senso più sofisticato e British del termine, e poi perché il mio personaggio Jonathan Pine è complesso e contraddittorio, insomma non incarna il Bene assoluto.

Un personaggio a cavallo tra la spia e James Bond..
Pine diventa una sorta di Bond nella misura in cui riceve dall’MI6 l’autorità di fare quel che vedrete farà nel corso degli episodi per contrastare Roper, che rappresenta tutto il male possibile.

Hai avuto modo di incontrare John Le Carré nel corso della lavorazione della serie?
Certo. Fin dall’inizio, in fase di sceneggiatura. Devo ammettere che ero emozionato e sentivo il “dovere” di onorare il creatore del materiale su cui stavo lavorando. Le Carré si è dimostrato un uomo straordinario, aperto e generoso di fronte alle diverse interpretazioni che il suo romanzo generava. Uno dei momenti più affascinanti è stato sentirlo leggere le note che apportava alla sceneggiatura, illuminanti. È interessante notare come con il passare degli anni, un autore affermato come lui abbia raggiunto quella giusta dose di rabbia contro le ingiustizie del mondo: pur essendo meno apologetico, riesce a veicolare la sua rabbia esattamente dove vuole.

Quali modifiche sono state apportate rispetto al romanzo?
Diverse. A partire dal fatto che c’è uno slittamento temporale rispetto al libro scritto e ambientato negli anni ’90. L’attualità vuole ad esempio che Pine abbia combattuto in Iraq e non contro l’IRA o il cartello colombiano come nel romanzo. Ma della fonte resta la sofisticatezza dei personaggi, l’opposizione dei due protagonisti che sono l’uno lo specchio distorto dell’altro.

In che senso?
Pine e Roper sono molto simili in un certo senso. Sono persone che godono della libertà di scegliere tra il Bene e il Male rispetto alla “cosa pubblica”. Dunque se Roper abusa dei privilegi della democrazia, Pine invece è molto netto nel distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato per il bene comune. Roper è una sorta di Joker internazionale e crede nel Caos, Pine vuole fermarlo a tutti i costi.

Come ti sei trovato a lavorare con Hugh Laurie?
Splendidamente. È un professionista appassionato e di princìpi. Molto duro con se stesso, esigente ed integro come essere umano, e queste caratteristiche sono fondamentali nel nostro lavoro. Inoltre siamo stati molto fortunati ad essere a bordo del progetto fin dalla fase di scrittura: da quel momento ci siamo seduti attorno a un tavolo per diversi mesi a sviluppare la storia e al momento di iniziare a recitare ci conoscevamo già molto bene.

Mentre con Susanne Bier, una outsider danese fra tanti British, come è andata?
Molto bene. Il fatto che la regista fosse “esterna” alla nostra Britishness e alle nostre ossessioni (ride) ha permesso di usare uno sguardo universale sulla materia. Susanne è molto forte e rigorosa, mi è sembrata perfetta per tenere salda in mano una storia come questa..molto inglese.

Infatti le spy story sono da sempre un fiore all’occhiello della cultura britannica, ma ultimamente sembra tornata la paranoia dello spionaggio internazionale anche fuori dal Regno Unito, cioè nella cultura Occidentale allargata: pensi sia anche a causa dell’esplodere del terrorismo islamico di matrice integralista?
Credo ci siano similitudini tra lo spionaggio “classico” di cui abbiamo una forte tradizione e l’invisibile minaccia di un nemico che cambia forma sotto i nostri piedi. Si genera una paura segreta, improvvisa, alla quale non si è preparati e che ci obbliga a spiarci reciprocamente. Questo suona come un paradosso, visto che viviamo nell’era della trasparenza comunicativa e delle connessioni all’ennesima potenza. In un certo senso servono ancora “eroi singoli” che ci fanno sentire protetti da individui fuori dal sistema che pericolosamente ci attaccano quando meno ce lo aspettiamo..

Entrando nel vivo della tua carriera, hai sempre voluto fare l’attore?
Direi di sì. Quando ero piccolo ero affascinato dalle storie, volevo esserne parte. Poi, crescendo, le motivazioni sono cambiate ma la passione è rimasta.

E con Loki che rapporti hai?
L’ho interpretato così a lungo che lo conosco in profondità, siamo una bella squadra lui ed io (ride). Nonostante Thor sia un blockbuster seriale, ormai sono consultato sulla sceneggiatura rispetto a Loki, il che mi lusinga.

In effetti il tuo star power è cresciuto molto in questi anni. Pensi di usarlo anche fuori dal cinema?
La parola “potere” mi fa rabbrividire. Mi sentirei arrogante nell’immaginarmi potente rispetto alle persone che mi vedono al cinema. Detto questo, riconosco di avere raggiunto mio malgrado il privilegio di una voce pubblica da cui sento derivare responsabilità precise. In altre parole devo pensare bene cosa e come dire le cose. Ho scelto dunque di usare la mia voce per cause in cui credo, una di queste è aiutare i bimbi vittime di tragedie in giro per il mondo attraverso il sostegno all’Unicef.