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Attentati Bruxelles, allarme del Nyt sulle centrali nucleari belghe: “Due dipendenti di Doel combattenti in Siria con l’Isis”

Il New York Times rilancia i timori emersi nei giorni scorsi: il commando avrebbe avuto come obiettivo gli impianti per fabbricare una bomba sporca a partire da rifiuti radioattivi o danneggiare le strutture. Focus sul sito di Doel, oggetto di un reportage de IlFattoQuotidiano.it, dove uno sconosciuto penetrò nel 2014 e provocò la fuoriuscita di 65mila litri di olio usato per lubrificare le turbine, causandone la chiusura per 5 mesi

Un apparato di intelligence che ha dimostrato tutta la propria debolezza. Un network di terroristi profondamente radicato. Una lunga storia di carenze nella sicurezza degli impianti. Sono i tre pilastri alla base dei timori e dei dubbi che si addensano sulla sicurezza delle centrali nucleari del Belgio e sulla loro vulnerabilità, alla luce degli attacchi terroristici avvenuti il 22 marzo a Bruxelles. Se nei giorni scorsi i media locali avevano sottolineato come un possibile obiettivo del commando che ha compiuto le stragi nell’aeroporto e nella metro potessero essere i siti nucleari, ora a lanciare l’allarme è anche il New York Times. Tra i rischi sottolineati dal quotidiano newyorkese, non tanto quello che i terroristi possano ottenere e trasformare uranio fortemente arricchito in una bomba nucleare, ma che puntino a fabbricare una bomba sporca a partire da rifiuti radioattivi o anche di danneggiare, provocandone la chiusura parziale o totale, una o più centrali nucleari, che in Belgio garantiscono la maggior parte della fornitura energetica.

Il quotidiano ricorda che il Belgio ha vissuto una serie di incidenti nucleari minori e che pochi mesi fa, per esempio, il sistema informatico dell’agenzia nucleare belga era stato penetrato da hacker. Particolare preoccupazione desta l’impianto di Doel, a 13 km da Anversa. Nel 2012 due dipendenti della centrale avevano lasciato la centrale per recarsi in Siria e in un secondo momento arruolarsi nell’Isis: hanno combattuto in una brigata composta da molti belgi, tra cui Abdelhamid Abaaoud, uno dei cervelli degli attacchi di Parigi, e uno di loro sarebbe morto combattendo in Siria. L’altro, incarcerato in Belgio nel 2014, sarebbe stato liberato l’anno scorso. Sempre a Doel, una persona ancora da identificare penetrò nel 2014 nel reattore numero 4, aprì un rubinetto facendo fuoriuscire 65mila litri di olio usato per lubrificare le turbine, provocandone la chiusura per cinque mesi. Il caso non è mai stato risolto e si ignora se sia da legare al terrorismo.

Il 25 marzo un reportage de IlFattoQuotidiano.it ha raccontato come nell’impianto di Doel dal 17 marzo stazionino 70 militari a protezione del combustibile radioattivo. A tutto il personale è stata imposta la consegna del silenzio, ma “in questo momento la produzione è stara abbassata come nei livelli del weekend – racconta un dipendente – e ai lavoratori non strettamente necessari al mantenimento dell’impianto è vietato l’accesso“.

Non si esclude, continua il New York Times, che i commando degli attacchi di Parigi e di Bruxelles stessero pensando ad operazioni che coinvolgessero strutture nucleari belghe. Per esempio si pensa che Ibrahim e Khalid El Bakraoui, due dei kamikaze di Bruxelles, stessero sorvegliando un ingegnere nucleare, insieme con Mohammed Bakkali, arrestato dopo gli attacchi di Parigi, accusato di aiutare i terroristi: la Derniere Heure scrive che dopo gli attacchi di Parigi i due avevano recuperato una telecamera che era stata nascosta davanti alla casa del direttore del programma di ricerca e sviluppo nucleare e questo, sottolinea il giornale, mostra il collegamento tra Francia, Belgio e Siria nella pianificazione delle stragi. Il filmato di 12 ore è stato poi sequestrato durante una perquisizione condotta dalla polizia a dicembre, in occasione dell’arresto di Bakkali.

Secondo un esperto Usa, Cheryl Rofer, bombe artigianali simili a quelle degli attacchi di Bruxelles potrebbero danneggiare una centrale come quella di Tihange, provocandone l’immediata chiusura, ma probabilmente non una fuga radioattiva, visti i sistemi di sicurezza esistenti.

Un altro esperto di Harvard, Matthew Bunn, non esclude che si possano utilizzare prodotti come il Cesio 137 del centro nucleare di Mol per una bomba sporca. “E’ come borotalco – spiega Bunn – se costruite una bomba sporca, provocherete il panico, dovrete organizzare evacuazioni e spendere un sacco di soldi per ripulire. La distruzione economica potrebbe essere molto elevata”. Il timore è che terroristi islamici possano rapire o ricattare uno scienziato nucleare e obbligarlo a collaborare con loro.