Mafie

Mafia, 62 arresti a Palermo. Azzerati due clan guidati da ottantenni vicini a Riina

I carabinieri del Ros e del Gruppo Monreale, coordinati dalla Dda del capoluogo siciliano, hanno messo in manette gli esponenti di due mandamenti. A capo c'erano Mario Marchese, 77 anni, e Gregorio Agrigento, 81 anni, ritenuti dagli inquirenti fin dagli anni Ottanta vicini al boss mafioso Totò Riina. Il procuratore Lo Voi: "Nuove norme su rapporto tra imprenditori e boss, concorso esterno non sufficiente"

Mentre la mafia palermitana è in fase di riorganizzazione sul territorio, stamane all’alba i carabinieri del Ros e del Gruppo Monreale, coordinati dalla Dda del capoluogo siciliano, riescono a colpire i nuovi clan e arrestano 62 persone. Le persone in manette sono accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, ricettazione, favoreggiamento e reati aggravati dal metodo mafioso. Le forze dell’ordine hanno anche sequestrato preventivamente attività commerciali, imprese e beni immobili frutto di arricchimento illecito.

Secondo gli investigatori a comandare i clan mafiosi di Villagrazia e San Giuseppe Jato, nel palermitano, erano Mario Marchese, 77 anni, e Gregorio Agrigento, 81 anni, ritenuti dagli inquirenti fin dagli anni Ottanta vicini al boss Totò Riina.

Tra gli arrestati c’è anche il direttore di Sala del teatro Massimo di Palermo Alfredo Giordano, accusato di associazione mafiosa. La figlia di Giordano, Laura, è soprano del Teatro Massimo.

L’operazione è stata coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dagli aggiunti Leonardo Agueci e Vittorio Teresi, e dai pm Sergio Demontis e Francesca Mazzocco, è ancora in corso. Numerose anche le perquisizioni.

“Anche da queste indagini viene fuori un particolare rapporto tra la mafia e gli imprenditori, alcuni dei quali denunciano, a volte non spontaneamente, mentre altri non denunciano. Abbiamo visto che in una determinata area alcuni si sono convinti a collaborare”, ha affermato il Procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi in conferenza stampa. Per il procuratore “è arrivato il momento di ripensare a una nuova regolamentazione del reato dei rapporti tra mafia e imprenditoria, perché chi non parla e chi fa affari, chi cerca il contatto con il mafioso e poi lo sfrutta, chi arriva a inginocchiarsi, perché anche questo è accaduto, dovrebbe essere inquadrato in una categoria giuridica che in questo momento facciamo fatica a individuare come concorso esterno in associazione mafiosa“. Di conseguenza è “forse è arrivato il momento di pensare di regolamentare lo scambio imprenditorial-mafioso, proprio come lo scambio politico-mafioso. La normativa attuale ci offre delle categorie che difficilmente possono essere applicate a una serie di fenomeni”.

L’azione delle forze dell’ordine è il frutto di due indagini sui mandamenti di Villagrazia-Santa Maria di Gesù e San Giuseppe Jato “che hanno avuto significative tangenze in occasione delle dinamiche inerenti la riorganizzazione di quest’ultima struttura e della dipendente famiglia di Altofonte”, spiegano gli investigatori, che hanno ricostruito gli assetti di vertice delle due articolazioni di Cosa Nostra e le “interessanti interlocuzioni con gli esponenti apicali dei mandamenti limitrofi”. Sono stati, inoltre, “documentati numerosi reati fine espressione della capacità di intimidazione e controllo del territorio delle compagini mafiose oggetto di indagine”.