Primoditutto

Editoria tra fusioni, concentrazioni e commistioni: quel che resta in Italia della libera stampa

Ho lavorato tanti anni a L’Espresso. All’Espresso ho imparato a fare il giornalista. Anche le cose che sto scrivendo sono frutto delle esperienze lì accumulate, in quello che ancora resta il più prestigioso settimanale politico italiano. Il modo di vivere e praticare il giornalismo, la maniera stessa di pensarlo e concepirlo sono il portato degli anni trascorsi accanto a colleghi che, prima di essere eccellenti giornalisti, in ogni momento cruciale si sono generalmente rivelati professionisti gelosi della propria autonomia e sempre pronti ad affermare la propria indipendenza.

Ho messo piede la prima volta nella redazione di via Po nel 1976. Allora L’Espresso viveva la condizione ideale che ogni giornalista desidera o dovrebbe desiderare: quella di avere un editore puro, una proprietà, cioè, impegnata esclusivamente nel business giornalistico. Senza interessi in altri settori della vita economica potenzialmente in grado di porlo in conflitto d’interesse.

E furono anni felicissimi e di grande libertà. Così come lo sono stati quelli successivi agli anni Novanta quando un imprenditore come Carlo De Benedetti ha progressivamente accresciuto il suo peso nell’azienda fino a diventarne l’azionista di maggioranza.

Lo dico come premessa per il discorso che, intorno ai nuovi assetti creatisi dopo gli ultimi avvenimenti, mi preme fare. Perché al termine di una settimana caratterizzata dal clamore della fusione L’Espresso-La Stampa qualche riflessione s’impone. Soprattutto sulle conseguenze di questa importante novità.

La prima è senza dubbio l’elevato grado di concentrazione editoriale che introduce. Una concentrazione che, non ultimo, anche un osservatore come l’ex parlamentare Vincenzo Vita ha rimarcato. E che determinerebbe una violazione di legge avendo il nuovo gruppo una tiratura complessiva di copie superiore al tetto del 20% fissato dalla normativa.

Se così è, non ho dubbi sul fatto che il gruppo L’Espresso si metterà in regola cedendo qualche porzione della lunga catena di quotidiani che soprattutto a livello locale ha saputo creare (onore al grande Mario Lenzi). Ciononostante, l’operazione Elkann-De Benedetti ripropone la necessità di ricercare soluzioni nuove per avviare un serio ripensamento sugli assetti generali del sistema informativo. Con lo scopo di prevenire. E dare le certezze che mancano.

L’alto grado di concentrazione e il numero ridotto dei grandi soggetti editoriali che animano il mercato italiano sono un problema. Ma ancora più rilevante è la questione sempre aperta del peccato originale che mina in radice la credibilità del nostro giornalismo: un sistema pesantemente marchiato e azzoppato dalle sue terribili commistioni.

Innanzitutto, quella tra informazione ed economia. Determinata chiaramente dall’onnipresenza di gruppi industriali e imprenditori (grandi o piccoli) negli assetti proprietari. Una situazione che ci allontana irrimediabilmente da quella condizione ideale dell’editore puro che segnalavo nell’Espresso delle origini. Perché se anche qualche preziosa eccezione in questo desolante panorama pur si registra, a cominciare da quella del Fatto Quotidiano, appunto di eccezioni si tratta.

Certo, si dirà, le imprese giornalistiche per competere e reggere le difficoltà del mercato hanno bisogno di capitali ingenti. E in un paese come il nostro dove si leggono poco o niente i giornali e dove gli indici di lettura sono tra i più bassi non solo dell’Europa ma dell’intero mondo e non solo quello sviluppato, dei capitali di singoli imprenditori e gruppi economici c’è bisogno come il pane per tenere in vita testate perennemente traballanti.

Solo che, purtroppo, nel nostro paese è convinzione (e malcostume) pressoche generalizzata tra industriali e finanzieri che non si possa fare impresa se non si possiede un giornale. Naturalmente, per pesare sulla scena e magari condizionare i vertici politici nelle decisioni che più stanno a cuore agli stessi editori (imprenditori-finanzieri). E questo la dice lunga sulle loro intenzioni e i rischi che il giornalismo italiano corre.

Che credibilità può avere agli occhi dei cittadini un sistema informativo di tal fatta? Non sarà anche per questo che i giornali italiani sono così poco letti e amati dai loro potenziali lettori?

Che si tratti di un problema di grande importanza è del tutto evidente. E che si tratti di un’anomalia pesante che va ad intaccare la libera formazione delle opinioni dei cittadini-(e)lettori è altrettanto chiaro.

Materia abbondante per un intervento immediato del Parlamento. Magari solo per avviare un dibattito e una riflessione seria sul tema. Perchè sul resto, per carità, dovrebbe naturalmente essere la sacra, invisibile mano del mercato a pensarci. Ma il Parlamento latita interessato, essendo la politica per gran parte impegnata, come l’economia, ad intromettersi nel sistema cercando di dettare legge e lucrare posizioni.

E siamo all’altra, terribile commistione. Quella che vede giornalismo e politica stretti in un abbraccio asfissiante. Per esempio con un imprenditore capo-partito come Silvio Berlusconi che ha dettato legge oltre le sue tv anche nei canali pubblici di cui si è impadronito dopo la discesa in campo del 1994. E le altre forze politiche con lui, di destra, sinistra e centro, a cercare di accaparrarsi spazi e poltrone riducendo l’emittenza di Stato ad un fantasma di quel servizio pubblico che pure avrebbe dovuto e dovrebbe onorare.

E’ per questo che una notizia come quella dell’accordo L’Espresso-La Stampa solleva preoccupazioni e allarmi. La qualità dell’informazione determina essa stessa la qualità della democrazia. Certo, il gruppo L’Espresso, come ricorda oggi il fondatore Eugenio Scalfari, ha una storia alle spalle in grado di garantirgli un percorso ancorato agli ideali delle origini (“Questo è stato ed è il nostro patrimonio ideale e civile. E questo ho ragione di credere che resterà in un futuro che non deve dimenticare il passato”). Ma ci sono queste commistioni e queste anomalie che pesano sul sistema intero e che andrebbero rimosse. E per farlo, la buona volontà dei soggetti in campo (ammesso che ci sia) non appare sufficiente. Ci vorrebbero delle regole, leggi in grado di indirizzare il libero mercato verso le soluzioni più giuste per rimediare alle insufficienze.

Ma dov’è la buona politica che dovrebbe farle? Anche in questo campo non se ne vede traccia. Perché Lorsignori non è la buona informazione che hanno a cuore. Vogliono per lo più un giornalismo asservito. Un’informazione schiava, prona ai loro interessi.