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Elezioni Iran, cosa cambia se vincono i riformisti: dalle relazioni con l’Occidente alle speranze sui diritti umani

Fronte moderato in testa nelle consultazioni per il rinnovo dell'Assemblea degli esperti e del Parlamento, ma i risultati ancora non sono definitivi. La vittoria dei sostenitori del presidente Rohani avrebbe come effetto quello di modificare gli equilibri interni, anche se sul fronte delle restrizioni personali e della pena di morte i suoi poteri restano limitati. Messaggio su Whatsapp e Telegram per invitare al voto

“La competizione è finita. È tempo di aprire un nuovo capitolo nello sviluppo economico dell’Iran, sulla base delle capacità del Paese e delle opportunità internazionali”. Così si è espresso il presidente Hassan Rohani ancora prima della conferma dei risultati elettorali. La sua “Lista della speranza” ha ottenuto 30 seggi su 30 della capitale Tehran e l’unico conservatore, Haddad Adel, è stato fatto fuori ed ora è al 31esimo posto, dunque fuori lista. Al momento in Iran si continua con lo spoglio dei voti e oggi le parole d’obbligo sono due: pazienza e cautela. Le prime stime relative allo spoglio del 44 per cento delle schede vede la coalizione moderati-riformisti in testa. Seppur sia quasi certa la vittoria, c’è ancora molta confusione in quanto alcune schede non sono state valutate. La maggior parte dei media internazionali conferma la vittoria della “Lista della speranza”, ma il giornale Keyan nella serata di sabato 27 febbraio dava la vittoria certa ai conservatori e anche il quotidiano iraniano Watan Emroz ha titolato : “Il voto dell’Iran ai conservatori”.

Nelle prossime ore si saprà l’esito finale di queste importanti elezioni. Non è escluso lo spettro dei brogli e le discordanze sui numeri fanno già pensare che i conservatori non prenderanno bene la sconfitta. Una cosa è certa: nessuno vuole rivivere il terrore del 2009 quando le contestate elezioni di Ahmadinejad provocarono scontri in tutto il Paese. Comunque vada il successo di queste elezioni è consolidato e l’affluenza molto alta (almeno al 60 per cento) non si vedeva da tempo. Il voto mostra una popolazione divisa a metà: da una parte c’è chi vuole cambiare confidando nelle innovazioni apportate da Hassan Rohani e dall’altra c’è chi ha voluto riconfermare la propria convinzione nelle ideologie di quella Rivoluzione islamica iniziata nel 1979 e in fondo mai finita. I riformisti avevano temuto che in pochi si sarebbero recati alle urne e per questo vi sono stati più tentativi di sensibilizzare la popolazione sull’importanza del voto. Lo stesso presidente Rohani nei giorni scorsi ha mandato messaggi su Telegram e Whatsapp (in teoria illegali in Iran) ha mandato a tutti gli iraniani questo invito: “Caro popolo iraniano oggi il Paese ha bisogno del vostro voto. Venerdì 7 Esfand, andiamo a scrivere un futuro pieno di speranza per l’Iran” e in molti hanno seguito il suo consiglio.

Ma cosa succederà nella pratica se sarà confermata la vittoria dei moderati-riformisti? Secondo alcuni analisti cambieranno molte cose, secondo altri non troppo. La vicepresidente Masumeh Ebtekar ancora prima dei risultati aveva detto: “Se abbiamo un Parlamento a nostro favore possiamo rendere l’Iran un giocatore ancora più forte in questa regione e favorire i rapporti con l’Occidente. Se la vittoria dovesse essere dei conservatori potrebbe regredire il lavoro fatto fino a oggi e mettere in pericolo i recenti progressi come l’accordo sul nucleare”. Dunque con la vittoria del Parlamento il presidente Rohani potrà portare avanti quel progetto di apertura all’Occidente già intrapreso dopo la sua elezione. Apertura che non piace ai conservatori e che continuerà ad essere un problema tra le due fazioni.

Se però qualcuno ha creduto che la vittoria sicura o presunta dei moderati-riformisti possa in qualche modo interferire sui problemi interni legati ai diritti umani e diritti civili dovrà ricredersi. La magistratura in Iran è un “ente autonomo” in cui fino ad oggi il presidente Rohani non ha potuto interferire poiché organo non di sua competenza. La sua vittoria elettorale e una conseguente maggiore influenza potrebbero però cambiare la situazione e in molti sperano di vedere evoluzioni anche su questo fronte.

In un Paese in cui il 70 per cento dei cittadini è sotto i trentanni sono molteplici ancora oggi le restrizioni che la popolazione continua a subire. L’accesso ai social network, come siti specifici online e i canali satellitari in Iran, sono bloccati e vi si accede solo attraverso filtri speciali. Decine di prigionieri politici, compresi i prigionieri di coscienza, rimangono dopo processi iniqui tuttora dietro le sbarre scontando pene inflitte per ipotizzati reati contro la sicurezza nazionale. Ad oggi l’Iran rimane uno dei paesi che maggiormente ricorrono alla pena di morte. E’ per avere un cambiamento anche in questo senso che la popolazione ha votato Hassan Rohani nel 2013 ed è lo stesso motivo per cui oggi ha votato per i moderati-riformisti. Hanno creduto nella ‘speranza’, l’unica realtà che le autorità non possono di certo reprimere.

L’altra parte importante parte di queste elezioni è stata la votazione per “l’Assemblea degli esperti”. Per ora i dati danno l’ex presidente Iraniano Rafsanjani (1989-1997) seguito dall’attuale presidente Rohani. Entrambi riformisti. L’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri in carica per otto anni ha il compito di scegliere al suo interno la prossima Guida Suprema, nel caso Ali Khamenei muoia o si dimetta. Torna dunque sulla scena l’intramontabile ayatollah Akbar Hascemi Rafsajani. E’ uno dei fondatori della Repubblica islamica ed è soprannominato kuseh (lo squalo) per la sua nota abilitata di fare a pezzi gli avversari. E’ considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. E’ un uomo ricchissimo e qualcuno dice che in Iran sia lui il vero e unico potere assoluto. Alla luce di questi risultati, l’Iran ci propone interessanti sviluppi perché dalle sue sorti potrebbe cambiare l’assetto politico internazionale.

di Tiziana Ciavardini