Diritti

Unioni civili: comunque vada, sarà un insuccesso

Alla fine la montagna partorirà un topolino. La legge Cirinnà non è che una misura di emergenza, una toppa, ben lontana dal sanare gli enormi problemi di mancanza di diritti e di uguaglianza che l’attuale vuoto legislativo giustifica, ammette, tollera e dunque rende possibili.

Osservando dall’altra parte dell’oceano il dibattito in corso, e in particolare i lavori parlamentari, non si può che restare basiti di fronte all’ignoranza greve degli argomenti portati da taluni individui che pure si fregiano del titolo di senatore o senatrice. Due, in particolare, sono gli oggetti del contendere: il nome dell’istituto giuridico e la questione dei figli. Cominciamo dal nome “unioni civili”. Apparentemente si tratta di una “giusta mediazione”; l’idea è quella di ottenere tutti i diritti dell’istituto matrimoniale, ricorrendo ad un nome che non sia quello di “matrimonio” così da placare le inquietudini di chi ritiene che il matrimonio debba essere riservato alle sole coppie eterosessuali.

Anche negli Stati Uniti l’opzione “all-but-marriage” (“tutto tranne il nome di matrimonio”) è parsa a molti una soluzione accettabile, secondo la logica del “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Il fatto è che si tratta di una discriminazione. A tale proposito riporto le parole di Carol Moseley Braun, la prima donna afro-americana eletta nel Senato degli Stati Uniti: “Se le unioni civili comprendessero tutti i diritti legali del matrimonio, allora io direi, per quanto mi riguarda, chiamatele “unioni civili”, “matrimonio”, chiamatele “fragole”. Il nome non ha importanza, se i diritti sono gli stessi. Sfortunatamente le unioni civili non garantiscono gli stessi diritti del matrimonio. Per questa ragione io dico che le persone che sono parte di una relazione omosessuale devono avere la possibilità di rendere legali queste relazioni in base agli stessi principi che rendono legali le relazioni eterosessuali”.

La senatrice Moseley-Braun identifica il nocciolo del problema. Non esiste un istituto diverso dal matrimonio che garantisca gli stessi diritti e protezioni del matrimonio. Non esiste un non-matrimonio che sia un matrimonio. Ecco perché una parola diversa da “matrimonio” non può funzionare. È questione di sostanza e non di forma. Ma c’è di più. Il fatto stesso di voler scegliere deliberatamente un altro nome, si qualifica come atto discriminatorio. Molti esponenti della comunità afroamericana negli Usa hanno giustamente comparato questa opzione alla pratica odiosa dei posti per soli negros sugli autobus; o delle fontanelle separate; o dei bagni pubblici separati.

L’idea di prevedere che un gruppo di cittadini possa accedere all’istituto matrimoniale attraverso la porta principale del municipio, mentre un’altra classe di cittadini – sottoposta al medesimo regime fiscale – si debba accontentare di diritti “simili” passando, metaforicamente, da un ingresso secondario è una palese forma di discriminazione. Il modello “separate but equal”, cioè “divisi ma uguali”, è ingiusto perché convalida l’intenzione di mantenere separati e distinti i cittadini che hanno sempre goduto di pieni diritti, da quelli che chiedono a gran voce che i propri vengano riconosciuti. Questo pregiudizio si basa anche sul convincimento da parte di coloro che hanno sempre avuto accesso alla piena fruizione dell’istituto matrimoniale, che gli altri – in questo caso le coppie omosessuali – si debbano saper “accontentare”. Il famoso “compromesso”, “il primo passo”.

Ancora una volta la storia della conquista dei diritti degli afroamericani ci viene in soccorso a conferma di come –se qualcuno ancora avesse dei dubbi – la questione dei diritti delle persone omosessuali sia una questione di diritti civili. Nel suo “Why we can’t wait” , “perché non possiamo aspettare” il Dr. King scrive: “…Di qui l’assurdo convincimento che la società abbia il diritto di negoziare con l’afroamericano per la libertà che gli appartiene incondizionatamente […] per poter ottenere alcuni diritti ci si aspetta che l’afroamericano se li conquisti con pazienza e remissività… che si accontenti di metà della pagnotta e che per quella metà paghi il prezzo di una volontaria attesa dell’intera pagnotta che sarà distribuita tozzo a tozzo nel corso del lungo e protratto inverno dell’ingiustizia”.

La stessa cosa si richiede alla comunità Lgbtq + italiana: che si accontenti della mezza pagnotta e poi si acqueti per molti e molti anni. I Pacs francesi (superati ormai dal matrimonio egualitario) sono diventati legge nel 1999 – se la Cirinnà dovesse essere approvata, saremmo in ritardo di 17 anni. I Paesi Bassi hanno legalizzato il matrimonio egualitario nel 2001; ergo, se anche la Cirinnà dovesse essere approvata, non potremmo nemmeno cominciare a calcolare gli anni di ritardo. L’inverno dell’ingiustizia assomiglia, in Italia, a un’era glaciale.

La questione dei figli è l’altro oggetto del contendere. Chiunque, in Parlamento, si appelli, per fini discriminatori, all’articolo 29 della Costituzione dimostra malafede o scarsa alfabetizzazione civica. La famosa “società naturale” contemplata dall’articolo deve essere intesa come contrapposta alla prepotenza dello “stato etico”: quello della dittatura fascista che si era appena drammaticamente conclusa e di quella stalinista che si profilava all’orizzonte. “Naturale” non si riferisce al binomio maschio/femmina, tantomeno rivela l’intenzione dei padri costituenti di voler sottolineare la necessità/obbligo riproduttivi del nucleo familiare, o di impedire preventivamente alle coppie omosessuali l’accesso all’istituto matrimoniale (per di più nel 1948?). La malafede e l’ignoranza con le quali viene interpretato l’aggettivo “naturale” si estendono a includere i figli – in quanto soggetti presunti e sommi della naturalità- all’interno di questo dibattito surreale.

Secondo un’ottica esclusivamente riproduttiva della famiglia, il maschio e la femmina si uniscono in matrimonio col fine ultimo di procreare, di qui la non naturalità della famiglia omosessuale (ma chi polemizza fa uso di altre espressioni) che non corrisponde a questo paradigma. L’antropologia smentisce ogni validità di questa presunta naturalità della famiglia, che si configura, invece, come prodotto prevalentemente culturale. Gli studi in proposito sono innumerevoli. I figli delle famiglie omosessuali esistono, sono moltissimi e, diversamente da quanto può accadere all’interno di coppie eterosessuali, non sono mai “incidenti di percorso”, ma sempre voluti. Essi hanno diritto a essere tutelati tanto quanto i figli delle coppie eterosessuali.

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle presunte “turbe” alle quali i figli delle famiglie con genitori dello stesso sesso andrebbero incontro, riporto una lista delle principali associazioni statunitensi che hanno voluto ufficialmente convalidare l’irrilevanza dell’orientamento sessuale del/dei genitore/i per il benessere fisico e mentale del minore. Tali associazioni comprendono: l’American Academy of Pediatrics, l’American Academy of Family Physicians, l’American Phychoanalitic Association, l’American Psychiatric Association, la Child Welfare League of America, la National Association of Social Workers, la National Educational Association, il North American Council on Adoptable Children e per, chi volesse dati più completi di altre organizzazioni, rimando qui. Si tratta delle più importanti associazioni mediche ed organizzazioni di assistenza sociale degli Stati Uniti. I risultati esplicitati dalle rispettive ricerche si basano su dati raccolti nell’arco di decenni. Si tratta di dati apprezzabili e valutabili. Le cialtronerie delle teorie riparative e del cortocircuito “omosessualità sive pedofilia” le lascio alla Cei e ai sentinelli del caso.

Concludo riportando un testo (mia la traduzione) che per la sua chiarezza è stato riproposto molteplici volte al pubblico statunitense. Si tratta di un passaggio chiave (pp. 339-340) di un articolo apparso nel 2002 (quattordici anni fa!) sulla prestigiosissima rivista “Pediatrics

I bambini meritano di sapere che la loro relazione con entrambi i genitori è stabile e legalmente riconosciuta. Questo vale per tutti i bambini, indipendentemente dal fatto che i genitori siano dello stesso sesso o del sesso opposto. L’ American Academy of Pediatrics prende atto che una considerevole mole di letteratura scientifica fornisce prova del fatto che i bambini con genitori omosessuali sono nella condizione di avere gli stessi vantaggi e le stesse aspettative di salute, adattamento e sviluppo dei bambini i cui genitori siano eterosessuali. Quando due adulti condividono il compito di crescere un figlio, essi e il figlio meritano la serenità che deriva dal riconoscimento legale. I bambini nati o adottati da famiglie composte da partners dello stesso sesso di solito hanno un solo genitore biologico, o un solo genitore adottivo legalmente riconosciuto. L’altro partner che svolge il ruolo genitoriale è noto come co-genitore. Dal momento che queste famiglie e questi bambini hanno bisogno della stabilità e della sicurezza di avere due genitori pienamente riconosciuti e legalmente definiti, l’Accademia è in favore dell’adozione legale di bambini da parte dei co-genitori. La negazione al co-genitore dello stato genitoriale acquisibile con l’adozione, impedisce a questi bambini di fruire della sicurezza psicologica e legale che deriva dall’avere due genitori che vogliono essere tali, che sono in grado di essere tali e che sono amorevoli.