Società

Italiani all’estero: il nostro Paese ormai è una diva sul viale del tramonto

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Di tanto in tanto penso al film Train de vie, quello dove un gruppo di ebrei, per scampare alla deportazione, ne mettono in scena una farlocca, attrezzando un treno e spartendosi i ruoli di prigionieri e aguzzini. In una scena memorabile uno di loro, così calato nella parte dell’ufficiale nazista da finire per crederci, spara una battuta che è tutta un programma: “Non è tedesco chi lo vuole, è tedesco chi lo merita”.

Per sapere se sia vero, ho deciso di andare a verificare, mentre l’atro scribacchino, Claudio, rimane fieramente qui, in Italia, pensandola diversamente in materia. Punti di vista differenti dentro uno stesso blog, che non a caso ha due facce.

A breve, io e la mia famiglia ci trasferiamo. Pochi capiscono le nostre ragioni: avevamo un lavoro, la casa non ci è crollata sotto le bombe, i nostri figli mangiano più volte al giorno. E allora, che andiamo cercando, in tempi in cui il tema migratorio è così drammatico che pare quasi insultante l’idea di andarsene solo per il privilegio di poterlo fare?

Semplice: restare ci deprime. Se immagino come potrebbe essere questo Paese tra vent’anni, non lo vedo per nulla migliore. Non intravedo possibilità di cambiamento per questa nazione che, nella mia testa, ha le fattezze di una diva del muto sul viale del tramonto, che si trascina, a sprazzi anche baldracca, tra le foto scolorite dei giorni da leoni e le note di un grammofono stonato. Questo mi figuro se penso a ciò che dovrebbe inorgoglirmi dell’essere nato qui. Tutta gloria dei secoli andati, e poco altro. E, quel che è peggio, nemmeno custodita con cura.

Anzi, non è il peggio. Il peggio è che rusciamo ad essere ancor più trascuranti in merito al futuro. Temo che l’Italia ami poco i propri figli, benché si vanti del contrario. Non investe in nulla che li riguardi. Non semina ma spera di mietere, un giorno, e di fronte al raccolto scarso allargherà le braccia, come davanti all’inevitabile, e dirà (secondo prassi) che non c’è nulla da temere perché abbiamo il Grande Cuore. Fateci caso: c’è sempre il gran cuore degli Italiani a legittimare la nostra cultura furbetta della toppa provvisoria, dei tappi conficcati nelle crepe della diga, del però alla fine ce la faremo anche stavolta, perché abbiamo un cuore d’oro.

Il gran cuore degli italiani non lo sopporto più, col suo essere alibi, e mi atterrisce l’idea che sotto l’ombrello di questo fatalismo crescano i miei figli. Sento l’urgenza di capire se altrove l’aria sia diversa, se ci si possa occupare di loro senza desiderare di continuo qualcosa che sia meglio. Allora noi cogliamo il privilegio di poter fare un progetto, partendo dalla doppia cittadinanza di mia moglie e dei miei figli, perché lei è per metà tedesca. Come coniuge, io potrò provare a diventarlo, sostenendo un esame di lingua e di cultura generale germanica. In pratica, è come dire che dovrò meritarlo…

Forse lo farò, forse no. Magari una volta lassù le cose mi appariranno olfattivamente diverse. A volte serve la distanza, per capire, perché il naso si abitua e t’inganna. Come quando sei in bagno e hai fatto la grossa: dopo poco non sei più in grado di cogliere la pesantezza dell’aria. Per farlo devi uscire, aspettare e quindi rientrare. È l’unico modo per valutare.

Ho il privilegio di andare a vedere se l’aria del vicino sia migliore. E la battuta, se volete, la faccio da me. Quale aria? Quella che resta al passaggio di una Volkswagen? Sì, quella. Perché proprio questa vicenda mi ha rivelato ulteriormente chi siamo. Abbiamo reagito nell’unico modo che conosciamo, quello miope di chi gode nello scoprire che tutto il mondo è paese, di chi gongola di fronte alla figura di merda del secchione che finalmente cade, facendo rumore. Fa niente se l’intera classe fa pietà, basta non darci peso. L’essenziale è che, se non brilliamo noi, allora che non brilli nessuno! Perché la nostra cultura non è quella dell’elevarci, ma del cercare negli altri una copia di noi stessi, per poterli zittire nel nome di quel mal comune mezzo gaudio che dovrebbe stagliarsi, come motto imperituro, al centro del bianco del tricolore.

Prima che, offesi, mi mandiate a ben altro paese, provate a fare come il finto ufficiale del film. Ripetete ad alta voce “non è italiano chi lo vuole, è italiano chi lo merita”. Se ce la fate a rimanere seri, procedete col lancio degli strali. Risparmiate il volto e mirate al cuore: è grandissimo, in quanto è italiano…