Festival di Sanremo 2017

Sanremo 2016, Diario di bordo/giorno 6: al Festival ci sono riti da perpetuare

Stadio

È finita. E non lo si legga come una resa. Neanche come un esclamazione di giubilo. Più un dato di fatto, la sessantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo è finita. Hanno trionfato gli Stadio, già lo sapete, portando a casa tutto, sorprendentemente. Vittoria finale, vittoria per la miglior Cover e premi vari, compresi quelli per gli autori del brano, Saverio Grandi, Luca Chiaravalli e lo stesso Gaetano Curreri. Seconda Francesca Michielin, terza la coppia dei trottolini amorosi, Giovanni Caccamo e Deborah Iurato, i più eterei di tutto questa kermesse che, però, visti sotto la luce dei riflettori della Sala Stampa, dove si sono trovati a rispondere coi loro colleghi alle domande dei giornalisti, appaiono, se possibili, ancora più eterei.

Ricordatemi di dirvi della Sala Stampa, mi raccomando.
Allora, diario dell’ultima giornata. Questo è stato un Festival anomalo, lo abbiamo detto in tutti i luoghi e in tutti laghi, e l’epilogo dimostrerà che la stranezza che ci aveva colpito era ancora più complessa di quanto pensassimo.

Per dire. Seconda edizione affidata al conduttore e direttore artistico Carlo Conti, ha raggiunto risultati di pubblico e share ancora più alti della precedente, sovvertendo non solo le previsioni, ma proprio un trend consolidato. Bastava andare in giro per Sanremo per capirlo, gente ovunque, quasi a tornare in un’epoca passata, quando il Festival era il Festival, Sanremo Sanremo. Un plebiscito, ma strano. Perché, come si è sottolineato, un cast equamente diviso tra giovani e senatori, cioè tra chi ha una carriera alle spalle e chi è semplicemente arrivato qui dal nulla (leggi alla parola tv), ha visto quasi sempre i secondi assai più a fuoco e disposti a mettersi in gioco dei primi. Al punto che le previsioni della vigilia, comprese quelle di chi scrive, che poi sarei io, sono saltate una per una come i punti di sutura della Versace portata sul palco dell’Ariston dalla grande Virginia Raffaele.

Nessuno alla vigilia avrebbe puntato nulla sugli Stadio. Cioè, in molti, me compreso, si era riconosciuto una statura elevata al brano e alla band, ma non tanto da poter combattere a armi pari con i ragazzi e le loro fanbase farlocche, abituate a votare coi cellulari.

Ma questa è la fine. Perché la giornata del sabato era cominciata col sole, quindi come d’abitudine, a scrivere al porto, sotto i raggi benevoli del sole. Con un’ora e poco più di sonno alle spalle, mi sono prefissato di fare poco, prendere fiato in vista della finale. Anche questa previsione miseramente fallita. Come a volermi abituare al ritmo che da domani mi attende a Milano, ho passato la giornata a correre. Sempre. Ovunque. Senza poi qualcosa di preciso da fare. Se non cercare di captare segnali, guardare e sentire. E anche di, meno prosaicamente, salutare chi con me ha vissuto questa settimana. Vi sarà capitato di pensare che la mia lettura della kermesse, le mie pagelle, i miei giudizi secchi e a volte addirittura taglienti e tagliati con la falce fossero figli di una ideologia, più che di una lettura tecnica. Non ho mai votato solo la canzone, ma il cantante. Si badi bene, non l’interpretazione della canzone fatta dal cantante, ma proprio il cantante.

Del resto, se quella profilata da Carlo Conti è stata una sorta di battaglia tra due schieramenti, normale che uno, preso atto delle regole di ingaggio, decidesse da che parte stare. Ancora più normale che, scelto da che lato guardare la faccenda, e una volta viste le strategie messe in atto da colleghi più interessati a compiacere chi di uno dei due schieramenti presiede, uno menasse colpi atti a non fare feriti e prigionieri.
La cosa strana, però, è che camminando per strada, mentre mi sposto fuori dall’Ariston per quegli alberghi e ristoranti dove si trovano gli artisti, si senta la gente esternare giudizi non troppo diversi dai miei. Intendiamoci, non che ci sia una lettura strategica del Festival, ma, per dire, l’apprezzamento per il brano degli Stadio è palpabile, come la evanescenza della consistenza di soggetti come Dear Jack, non dimentichiamolo, sostenuti da Rtl 102,5 e da quei colleghi a quel network molto affezionati, del loro alterego con ciuffo Bernabei e un po’ anche dello stesso Fragola, che io avevo indicato alla vigilia come papabile vincitore.

E proprio per tornare alla mia previsione, fallimentare, che vedeva Fragola seguito da Elio e da Bernabei, in realtà arrivato penultimo, proprio la band di Vincere l’odio, accolta inizialmente con una sorta di boato di venerazione, è un’altra delle realtà che è andata ora dopo ora perdendo quotazioni, come se la gente a casa si fosse stancata di tutti questi colpi di scena (in serata poi canteranno vestiti da Kiss, trovando l’apprezzamento social di Gene Simmons, ma io sarei rimasto più sorpreso se avessero portato un brano alla Caccamo-Iurato).

Comunque, se tutto intorno al Festival, in questi giorni, è stato il circo, oggi è il circo all’ennesima potenza. I nuovo mostri sono tutti lì, e anche una pletora di artisti piuttosto molesti. Per dire, ci sono due talentuosissimi batteristi cabarettisti che pestano come ossessi sulle pelli delle loro batterie a pochi passi dall’Ariston. Tutto il giorno. Alla decima volta che ci passi davanti hai una voglia di spaccargli tutto quasi irresistibile.

In tanto delirio, ovviamente, ci sono belle eccezioni, ma sono rare, come nella vita.
Il Festival sta per finire, e siccome è una cosa impegnativa, che mette a dura prova fisico e nervi, capita di salutarsi con gente con cui poi ci si vedrà lunedì come se si stesse partendo per il fronte russo. Siccome c’è in ballo una prima sentenza a inizio serata, quale dei cinque Big entrati al ballottaggio per un posto in finale, Irene Fornaciari, Zero Assoluto, Dear Jack, Bluvertigo e Neffa, vado a trovare gli Zero Assoluto, per endorsarli. Sono qui con una proprio etichetta, e hanno fatto uno dei brani davvero più radiofonici della kermesse. Si fanno due chiacchiere, disquisendo sul l’idea di pop e di leggerezza, con parole che renderebbero fieri di noi Italo Calvino e Ivano Fossati.

Disquisiamo pure sull’importanza, oggi, dei social, provando poi a ritwittarci a vicenda e finendo per guardarci costernati quando ci accorgiamo che un semplice tweet di uno youtuber loro fan, uno con novecentomila followers su Twitter, riesce a ottenere in un minuto più ritweet sul loro nome di tutti i loro followers messi insieme. In realtà quella del ballottaggio sarà la prima vera sorpresa, per che se per gli addetti ai lavori la partita era tutta tra loro e i Dear Jack, favoriti questi ultimi, la realtà vedrà passare il turno Irene, poi, piazzatasi in coda alla serata finale. Primo dato, gli ex vincitori morali di Amici e ora pupilli della radio di Suraci vanno a casa. La notizia, in serata, verrà accolta con sgomento da quei colleghi che così tanto avevano fatto per sostenerli. Niente più regalini, peccato, però le vacanze è bene prenotare ora che costano meno i voli, ve lo dice uno che se le paga sempre da solo.

Nel girovagare come una trottola faccio in tempo a passare a salutare gli amici Sociopatici, gli amici blogger del Palafiori, soprattutto le amiche e gli amici addetti stampa, che qui al Festival lavorano come pazzi. Per dire, Cecile, la cantante che presentava N.E.G.R.A., eliminata alla prima serata, ha rilasciato, credo, più interviste di chiunque altro. Ottima interpretazione dell’adagio che vuole il Festival come l’occasione di fare promozione che vede concentrato in una settimana il lavoro di un anno. Molti uffici stampa, di cui non farò nome per tutelare la loro privacy, molto hanno apprezzato la scelta al limite del suicidio di fare nomi e di scoperchiare, in qualche modo, il coperchio su alcune storture. Son soddisfazioni. Vi amo di amore incondizionato, sappiatelo.

Prima di andare a seguire la finale in Sala Stampa, luogo da cui, potendo, mi sono tenuto a debita distanza, mi incontro con un amico giunto proprio oggi a Sanremo. Abbiamo fatto un patto, tempo fa, e se una certa cosa va come potrebbe andare (ma come nessuno pensava veramente sarebbe andata), poi si festeggerà insieme. Il mio amico scrive canzoni e mi ha fatto sentire una canzone tempo fa. Siccome sono stato il primo, a parte chi quella canzone ha scritto, suonato e cantato a sentirla, l’idea, scaramantica, è che questo dia luogo a una sorta di ritualistica futura. Vedremo.

Salgo in sala stampa e inizia la festa. La storia la sapete.
Non sapete del trenino di alcuni giornalisti durante l’esibizione di Renato Zero, fatto che mi convince sempre di più di come l’ordine dei giornalisti vada chiuso senza se e senza ma. Non sapete delle facce sempre più lunghe di certi discografici. Non sapete di stanchezze e di tutti quei tic che, aver lavorato con gente, gomito a gomito per una settimana crea, inesorabilmente. I migliori sono quelli che fingono di seguire il Festival, ma guardano in streaming la partita dagli iPad, tipo Fantozzi quando doveva andare a vedere La corazzata Kotiomkin.

Una menzione la merita Tania Sachs. Lei è un mito, storico ufficio stampa di Vasco, qui con gli Stadio. In questi giorni c’è stata questa gag, tra noi, praticamente tutti i giorni è venuta da me, per riportarmi le lamentazioni di Giovanni Pezzoli nei miei confronti. La prima volta per un mio articolo in cui dicevo che gli Stadio non hanno i social. Un’altra per una mia stroncatura. Ovviamente non ho né scritto quell’articolo né quella stroncatura. Giovanni si è confuso. Quando poi ci siamo incrociati al Dopofestival, ci abbiamo riso su. La tentazione di stroncare solo lui in una pagella mi è venuta, tanto per riderne. Per questo Tania gravitava intorno alla mia postazione durante la loro esibizione, e per scaramanzia durante il rito della classifica parziale. Prima di sapere che gli Stadio sarebbero andati davvero a vincere, Tania sosteneva una teoria affascinante, se finiscono in finale con Rocco Hunt e qualche altro ragazzino, magari rischiano di arrivare secondi o terzi dietro di loro. Meglio che arrivino quarti. Però poi, come tutti, ha iniziato a crederci davvero.

A vittoria arrivata, anche in quel momento lei era lì, visto mai, è arrivata la festa. Anche da parte della Sala Stampa, che aveva applaudito calorosamente la loro esibizione. La classifica, in effetti, dimostra come molti dei bimbiminkia abbiano fallito. Enrico Ruggeri, per cui ho incondizionatamente fatto il tifo è arrivato quarto, anche Patty Pravo si è piazzata in alto. Imparate ragazzi, imparate.

Comunque arriva la conferenza stampa, e il mio amico, quello della scommessa, è lì, sul palco. Si chiama Luca Chiaravalli, e l’anno scorso si è inventato la rinascita di Nek. Per dire. Ha scritto la canzone vincitrice. Ora tocca festeggiare insieme. Ci si abbraccia, si chiacchiera mentre gli Stadio rilasciano interviste, poi si va nei camerini e si va verso l’uscita. Piove, adesso. In attesa dei van che ci porteranno al ristorante ci siamo noi. E il team di Caccamo e Iurato. Siamo nello stesso posto dove, lunedì, Matteo degli Zero Assoluto ha messo in difficoltà Fragola, saltandomi addosso. Uno spazio ristretto. Ora ci siamo noi. Gli autori del brano, Saverio Grandi e Luca Chiaravalli, il maestro D’Onghia, la Iurato, Caccamo, Mario Lavezzi e Caterina Caselli. Non la noto. Poi sento un brivido corrermi lungo la schiena, come quando ci si accorge un secondo prima che succeda qualcosa che stiamo per correre un rischio, mi volto, e lei mi sta fissando. Accenna un sorriso e se ne va sul van che nel mentre è arrivato. La chiamano la Signora mica per caso.

Arrivo al ristorante dove si festeggia la vittoria, ma me ne vado quasi subito. Il rito è stato eseguito correttamente, ma ora devo dormire. Il Festival è finito, buonanotte.